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presentazione del libro di Ruggero Giacomini, “Il giudice e il prigioniero. Il carcere di Antonio Gramsci”
Recensione di Claudio Natoli (L’Indice dei libri del mese, maggio 2014)
Presentazione di “Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945)” alla Sapienza, 29 maggio 2014
Roma, Università “Sapienza”, 29 maggio
Terni, 12 maggio 2014
Recensione di Alberto Melotto
Nelle ultime settimane diversi volumi apparsi sul mercato editoriale hanno ripreso a cercare fra le pieghe della multiforme storia del Partito Comunista Italiano. La volante rossa è tornata a campeggiare minacciosa, quantomeno dalle vetrine delle librerie, primula e spauracchio del secondo dopoguerra, quando non tutti i partigiani, specie nel milanese e in Emilia Romagna, si rassegnarono all’amnistia togliattiana. Altrove si analizza la figura di Pietro Secchia (Le rivoluzioni non cadono dal cielo, di Marco Albertaro).
In questa sede intendiamo parlare del volume di Alexander Hobel, la prima vera biografia, ancorché non completa temporalmente, di uno dei più capaci dirigenti del Pci, Luigi Longo.
Nella prefazione lo storico Aldo Agosti s’interroga, più che correttamente, sul perchè Longo sia finito nel limbo della memoria del nostro paese, quasi nascosto dalle due gigantesche presenze del suo predecessore e del suo successore alla segreteria del partito, Togliatti e Berlinguer.
Articolo di Maria Teresa Rossi
Novant’anni dopo Livorno
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Introduzione
Alexander Höbel, Marco Albeltaro
1. Questo volume è frutto in primo luogo di due convegni che l’Associazione Marx XXI ha promosso (a Roma e a Bari) nel 2011, in occasione del 90° anniversario della fondazione del Partito comunista d’Italia: due convegni di riflessione e approfondimento sulla vicenda storica del Pci, nel tentativo di contribuire a un bilancio critico di quella esperienza, che è stata a un tempo l’esperienza del partito comunista più forte e radicato del mondo occidentale e parte rilevantissima della storia politica del nostro paese.
Ai testi presentati dagli studiosi intervenuti ai due convegni si sono poi aggiunti ulteriori contributi di storici e specialisti della storia del Pci, da Aldo Agosti a Renzo Martinelli, da Claudio Natoli ad Albertina Vittoria, che hanno arricchito il volume in modo significativo, consentendo alla riflessione storico-politica di studiosi e «intellettuali militanti» di intrecciarsi con alcune tra le acquisizioni più recenti e le letture più accreditate della storiografia sul Pci e sul movimento comunista nel suo insieme. Non va dimenticato, infatti, che in questi anni, accanto alla pubblicistica di cui diremo tra poco, è andato avanti anche un rigoroso lavoro di ricostruzione storiografica, sulla base della sempre più vasta documentazione disponibile.
Il presente volume è dunque un lavoro «a più facce», ricco di diversi approcci e anche di diverse interpretazioni, che copre vari momenti e aspetti della storia del Pci – dalla fondazione allo scioglimento, ovviamente senza nessuna pretesa di esaustività – e che si spera contribuisca a restituire una visione di ciò che il Pci è stato, più vicina alla realtà rispetto a quella che la pubblicistica corrente tenta di imporre in modo martellante.
2. L’esperienza del Partito comunista italiano, ormai da diversi anni, è infatti oggetto di una vera e propria damnatio memoriae, di un accanimento politico, giornalistico e storiografico volto a deformarla fino a renderla irriconoscibile, a demonizzarne protagonisti e passaggi decisivi, o in alternativa a rimuoverne del tutto il ricordo: una campagna che da un lato rientra nel battage anticomunista riavviato nel 1989-91 e che da allora continua a imperversare sebbene al tempo stesso il nemico storico sia dato irrimediabilmente per morto; dall’altro, è parte di quel tentativo di riscrivere o cancellare la storia della «prima Repubblica», della quale i partiti di massa – e il Pci in primis – furono parte così rilevante, in modo da poter procedere più agevolmente a quella «normalizzazione» del Paese e della sua coscienza di sé che in effetti è andata molto avanti in questi anni, fino ormai a far balenare stravolgimenti della nostra Costituzione e dello stesso assetto istituzionale.
Si tratta di una campagna giornalistica non priva di sponde storiografiche, sebbene spesso si tratti di una storiografia di opinioni, che di solito prescinde dai documenti e dai fatti, preferendo le supposizioni, i giudizi, le «valutazioni complessive». Un Pci «stalinista», «servo di Mosca» o comunque incapace di acquisire un suo profilo autonomo; un partito nemico dello sviluppo, sempre arretrato nell’analisi, incapace di comprendere, a causa della sua cultura politica, le «magnifiche sorti e progressive» del capitalismo degli anni del boom; un partito bigotto, moralista, conformista, antidemocratico: ecco alcuni dei veri e propri stereotipi che maggiormente sono stati diffusi e accreditati.
Il fatto che il Pci fosse portatore, con le sue idee di democrazia progressiva e riforme di struttura, di un progetto di democratizzazione avanzata dello Stato e della società italiani; un modello di «democrazia sociale» che si legava a una concezione di economia mista ben presente nella nostra Costituzione[1], non pone qualche dubbio ai demolitori. Né lo pone il fatto che tutte le forze politiche avessero legami internazionali, e che in più di una occasione il Pci ha dato prova di autonomia di giudizio ben maggiore di quella mostrata, ad esempio, dalle forze filo-atlantiche di fronte alla guerra del Vietnam – un conflitto durato ben dieci anni provocando un numero di vittime che le autorità vietnamite hanno calcolato in cinque milioni[2], uno dei maggiori crimini rimossi nella storia del Novecento – rispetto al quale le forze di governo continuarono a esprimere «comprensione» quasi fino alla fine. Le cose, dunque, come suol dirsi, sono «un po’ più complesse» rispetto a come sono veicolate nel senso comune. E questo libro prova a soffermasi proprio sulla complessità.
Respingere le visioni liquidatorie e «monolitiche», d’altra parte, non significa proporre una lettura apologetica della storia del Pci, o negarne limiti, difetti ed errori. Significa però cercare di ridare alla storia la sua complessità e all’esperienza del Pci la ricchezza di una forza che – nata come partito di pochi quadri rivoluzionari, passata attraverso le Tesi di Lione e arricchitasi dell’elaborazione gramsciana e togliattiana, tempratasi nella lotta antifascista e negli anni della clandestinità durante i quali fu di fatto l’unica forza organizzata presente nel Paese, protagonista principale della Resistenza – sarebbe diventata nel dopoguerra, col «partito nuovo» di Togliatti, Longo e Secchia, un partito di massa, nel quale i quadri rimanevano decisivi ma che intanto attivava una militanza e una partecipazione radicate e diffuse, e un processo di alfabetizzazione politica di massa, destinati a rimanere senza uguali in Italia. Una forza che, dopo aver dato un contributo essenziale alla stagione dell’unità antifascista e alla stesura della Costituzione, dovette affrontare i duri anni della guerra fredda e della discriminazione anticomunista, dalla conventio ad excludendum sul piano istituzionale alle discriminazioni a danno dei suoi iscritti nella società; che in quel contesto pure riuscì a crescere e che da quella situazione seppe uscire, prima rapportandosi in modo dialettico al centro-sinistra (sono gli anni dell’ultimo Togliatti e della Segreteria di Luigi Longo) e poi, negli anni Settanta, con la Segreteria di Enrico Berlinguer, ponendosi al centro della politica italiana, e ponendo al centro del dibattito pubblico la questione comunista, che poi era anche la questione della democrazia bloccata – bloccata dagli equilibri della guerra fredda, dall’ipoteca atlantica e dalla persistente discriminazione anticomunista, sebbene molte prese di posizione del Pci rendessero quest’ultima ancora più ingiustificata che nei decenni precedenti.
3. È in quegli anni, giunto ormai a rappresentare un italiano su tre, che il Pci gioca la sua partita decisiva. Ed è proprio su quel periodo che il dibattito appare ancora aperto e la ricerca ancora da svilupparsi. Per la storia repubblicana nel suo insieme, d’altra parte, gli anni Settanta sono un decennio cruciale. Molte delle potenzialità insite nell’assetto politico post-bellico (esistenza di una Costituzione fortemente progressiva e di partiti di massa radicati, centralità del Parlamento, sua effettiva rappresentatività grazie al sistema proporzionale), bloccate dalla guerra fredda ma ora arricchite e rafforzare dal conflitto sociale sviluppatosi negli anni Sessanta, sono a quel punto alla prova dei fatti. Lo scontro è tra la possibilità di andare avanti nell’attuazione del disegno complessivo contenuto nella Costituzione, realizzandone le potenzialità ancora inespresse – il che appunto avrebbe implicato una ripresa del discorso interrotto nel 1947, dando avvio a quella che Berlinguer definiva la «seconda tappa della rivoluzione antifascista» – e sbloccando il sistema politico, e sul fronte opposto il peso di resistenze conservatrici, apparati deviati, forze eversive, condizionamenti internazionali, che miravano a lasciare invariato lo status quo per poi passare alla controffensiva.
Alla luce degli esiti generali, è evidente che è stata questa seconda alternativa a prevalere. Ma è significativo che la Commissione trilaterale, sorta appunto per frenare l’«eccesso di democrazia» e di domanda sociale che andava diffondendosi in Occidente, nel suo documento fondativo sulla «crisi della democrazia» – siamo nel 1975 – individuasse il pericolo principale nei partiti comunisti europei, «le sole istituzioni rimaste nell’Europa occidentale la cui autorità non venga messa in dubbio»[3].
Un anno dopo, alle elezioni politiche del 1976, il Pci di Berlinguer replicava il successo ottenuto alle amministrative dell’anno precedente, giungendo al 34.3% dei consensi. Sebbene alla vigilia del voto Berlinguer avesse ribadito di non voler porre il problema della fuoriuscita dell’Italia dal Patto atlantico ritenendo che atti unilaterali avrebbero ostacolato anziché favorito il percorso della distensione e che la questione andava dunque posta nel quadro di un processo più complessivo di superamento dei blocchi militari contrapposti; e sebbene anzi avesse dichiarato che, nel tentativo di costruire una via democratica al socialismo, si sentiva «più sicuro stando di qua», ossia nel blocco occidentale («ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia»), il veto internazionale all’accesso del Pci al governo persisteva. Berlinguer stesso ne era consapevole, e nella stessa intervista aveva aggiunto: «Certo, il sistema occidentale offre meno vincoli. Però stia attento. Di là, all’est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà»[4].
Pochi giorni dopo il voto, il vertice di Porto Rico delle potenze più industrializzate, in una riunione a margine degli incontri ufficiali dalla quale la delegazione italiana fu esclusa e in cui invece ebbe un ruolo di punta, oltre al presidente Usa Ford, il cancelliere socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt, ribadiva il «no» all’ingresso del Pci nel governo, e subordinava l’eventualità di aiuti finanziari all’Italia al rispetto di questa condizione[5].
Analoghi veti erano stati posti nei due anni precedenti in vari colloqui internazionali, in particolare negli incontri tra il presidente Usa Ford, il suo segretario di Stato Kissinger e i leaders democristiani Moro e Rumor. «L’Italia è il nostro problema principale» – aveva affermato Kissinger nel gennaio 1976[6]. Moro aveva tenuto testa alle pressioni statunitensi. Egli stesso peraltro nel settembre 1974 era stato apertamente minacciato da Kissinger, che lo aveva duramente ammonito a non proseguire la sua «strategia dell’attenzione» nei confronti del Pci e il dialogo avviato in tal senso; una pressione che gli aveva fatto anticipare il rientro in Italia e ipotizzare il ritiro dalla scena politica[7]. Del resto, era stato lo stesso Kissinger a dire, a proposito del ruolo svolto dagli Usa per rovesciare Allende: «Non vedo perché dobbiamo starcene fermi a guardare un Paese diventare comunista per l’irresponsabilità del suo popolo»; e uno «sbocco di tipo cileno» era stato apertamente minacciato dall’ambasciatore statunitense Volpe il mese seguente, nell’ottobre 1974, allorché Moro ricevete un nuovo incarico per la formazione del governo[8].
L’ingresso del Pci nella maggioranza avverrà poi in un contesto totalmente diverso, prima con Moro prigioniero delle Br, poi dopo l’omicidio del leader democristiano, in una situazione di accerchiamento e attacco concentrico ben descritta da Giuseppe Fiori[9]. E la strategia del compromesso storico, che intendeva riprendere il discorso interrotto nel 1947, diventava qualcosa di diverso nella situazione di emergenza in cui si sviluppò la politica di «solidarietà democratica». Naturalmente il Pci compì molti errori in quei mesi: se la forza del partito togliattiano era stata la felice sintesi tra azione politica «dall’alto» e mobilitazione di massa, ora la pressione di massa iniziava a essere avvertita come un problema; una serie di misure, di politica economica e non solo, cominciarono a logorare il legame di massa del Pci; l’alleanza tra i grandi partiti di massa andò riducendosi a dialogo con la Dc e la formula fu riportata in periferia in modo meccanico e ancor più riduttivo. Intanto cambiava il «corpo del partito», e in particolare dei suoi gruppi dirigenti e delle sue rappresentanze istituzionali.
Tuttavia quella stagione produsse anche leggi importanti, da quella sull’equo canone al Servizio sanitario nazionale, dalla legge sul trasporto pubblico locale alla 180; salari operai e prodotto interno lordo ripresero a crescere[10]. Quanto al radicamento e al consenso di massa, i comunisti passarono dal milione e mezzo di iscritti del 1971 al 1.761.000 del ’79, e dai 9 milioni di elettori del ’72 agli oltre 11 milioni della pur negativa consultazione del 1979; e anche la sua presenza nelle amministrazioni locali risultava alla fine del decennio ben più forte rispetto a prima[11].
4. È chiaro comunque che, con la morte di Moro e il sostanziale fallimento della solidarietà democratica, un’intera strategia di respiro storico – fondata appunto sull’intesa tra i grandi partiti di massa, la centralità del Parlamento, la progressiva attuazione della Carta costituzionale con la costruzione di un’economia mista e di un sistema democratico articolato e partecipato – andava in crisi. Più in generale, se la strategia gramsciana dell’egemonia aveva portato il Pci a costruire «trincee e casematte» nella società, ad «aderire a tutte le pieghe» della realtà italiana pur a partire da un solido ancoraggio di classe, questa stessa internità alla società italiana che era stato il principale punto di forza del partito, essendosi frantumato il progetto della sua trasformazione contro il muro delle resistenze conservatrici, delle forze reazionarie e degli apparati atlantici, andava quasi fatalmente a trasformarsi in integrazione, e all’idea del governo per il cambiamento iniziava a subentrare quella del governo ad ogni costo. Erano poste così le basi per la dissoluzione del partito, che procederà rapidamente dopo la morte di Berlinguer e più ancora dopo l’emarginazione di Natta.
Tuttavia, come sempre nella storia, questo esito non era inevitabile, e ben altri frutti si sarebbero potuti trarre dal patrimonio storico, dalla cultura politica e dalla traduzione del comunismo italiano, in stretto legame con quella Costituzione che attende ancora di essere integralmente attuata. Gli effetti della strada intrapresa nel 1989-91 dalla maggioranza del Pci sono oggi evidenti. Ma il fatto che ancora una quantità consistente di persone si richiami all’eredità del Pci, ne senta in qualche modo la «nostalgia», o meglio avverta la mancanza di un soggetto politico di quella statura, non pare senza significato. Così come non è senza valore il fatto che in altre latitudini del mondo, ad esempio in America Latina – anche qui con una filiazione diretta dal pensiero di Gramsci – nuovi percorsi di via democratica al socialismo siano sperimentati.
In questo senso, siamo convinti che il patrimonio teorico e storico del comunismo italiano abbia ancora molto da insegnare, e che anche per questo la sua conoscenza critica non sia solo un arricchimento sul piano culturale, ma abbia ancora un indubbio valore politico.
[1] Cfr. D. Sassoon, Togliatti e la via italiana al socialismo. Il Pci dal 1944 al 1964, Torino, Einaudi, 1980; S. D’Albergo, A. Catone, Lotte di classe e Costituzione. Diagnosi dell’Italia repubblicana, Napoli, La Città del Sole, 2008.
[2] Agenzia France Press, 4 aprile 1995.
[3] http://www.trilateral.org/download/doc/crisis_of_democracy.pdf. Cfr. D. Moro, Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Reggio Emilia, Aliberti, 2013, p. 119.
[4] Conversazioni con Berlinguer, a cura di A. Tatò, Roma, Editori Riuniti, 1984, p. 70.
[5] A. Varsori, Puerto Rico (1976). Le potenze occidentali e il problema comunista in Italia, in «Ventunesimo secolo», n. 16, giugno 2008, pp. 89-121.
[6] U. Gentiloni Silveri, Gli anni Settanta nel giudizio degli Stati Uniti: «Un ponte verso l’ignoto», in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, vol. I, Tra guerra fredda e distensione, a cura di A. Giovagnoli e S. Pons, Soveria Mannelli, Rubbettino, pp. 108-111.
[7] Cfr. G. Galloni, 30 anni con Moro, Roma, Editori Riuniti, 2008, pp. 178-183; C. Guerzoni, Aldo Moro, Palermo, Sellerio, 2008, pp. 155-163.
[8] Galloni, 30 anni con Moro, op. cit., pp. 180-184.
[9] G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Roma-Bari, l’Unità-Laterza, 1992, capp. XXX-XXXIII.
[10] G. Chiaromonte, Le scelte della solidarietà democratica. Cronache, ricordi e riflessioni sul triennio 1976-1979, Roma, Editori Riuniti, 1986, pp. 167-73.
[11] G. Pasquino, Il Pci nel sistema politico italiano degli anni Settanta, in La giraffa e il liocorno. Il Pci dagli anni ’70 al nuovo decennio, a cura di S. Belligni, Milano, Franco Angeli, 1983, p. 76.
Roma, 26 aprile 2014 – Il compagno Gramsci
Caserta, 25 aprile: “Luigi Longo, una vita partigiana”
Napoli, 24 aprile: “Diario di un socialcomunista siciliano”
Modena, 5 e 12 aprile 2014. “Enrico Berlinguer: dagli anni ’70 una lezione per l’Italia di oggi”
Martedì 1 aprile
Ore 17,30 a ROMA – Libreria Arion al Palazzo delle Esposizioni (via Nazionale), ingresso in via Milano 15
Presentazione dell’antologia degli scritti di Enrico Berlinguer
UN’ALTRA IDEA DEL MONDO1969-1984 – Editori Riuniti university press
Interverranno Alfiero Grandi, Mario Tronti, Chiara Valentini
Coordina Aldo Garzia
SABATO 5 APRILE 2014
Roma, Casa delle Culture (via S. Crisogono 45, Trastevere)
Ore 17.00: proiezione del film Sabatoventiquattromarzo
di G. Amelio, A. Angeli, G.Arlorio, G. Benelli, G. Bertolucci, L. Bizzarri, F. Crescimoni, L. Faccini, M. Felisatti, N. Ferrari, A. Frezza, A. Giannarelli, F. Giraldi,,U. Gregoretti, F. Laudadio, C. Lizzani, N. Loy, L. Magni, M. Manuelli, F. Maselli, G. Minello, G. Montaldo, N. Moretti, R. Napolitano, P. Nelli, L. Odorisio, P. Pietrangeli, R. Polizzi, G. Pontecorvo, M. Ponzi, F. Rosati, R. Russo,M. Sani, G. Serra, S. Spina, P. e V. Taviani, G. Toti e P. Vivarelli
TRENT’ANNI DOPO. LA LOTTA PER LA SCALA MOBILE DEL 1984 E L’ITALIA DEL 2014
Interverranno
Cosimo Alvaro RadioArticolo1, Cgil
Mario Boyer Ires Cgil
Carlo Felice Casula storico
Paolo Ciofi Assoc. Futura Umanità
Matteo Gaddi coord. naz. RSU
Franco Ottaviano Casa delle culture
Manuela Palermi PdCI, ex dirigente Cgil
Paola Pellegrini Assoc. Marx XXI
Massimo Sani regista
Bruno Steri PRC, già Autoconvocati Cgil
Luca Tarantelli scrittore
Introduce e coordina Alex Höbel
Il 24 marzo 1984, una manifestazione di centinaia di migliaia di lavoratori, promossa dai Consigli di fabbrica autoconvocati, dalla Cgil e dal Pci, chiedeva il ritiro del decreto sulla scala mobile emanato dal governo Craxi. Era il punto apicale di una grande mobilitazione di massa che si conclude col referendum del 1985, nel quale i sì all’abrogazione del decreto si fermano al 45.7%. È una svolta nella vicenda politica e sindacale del Paese: una pesante ipoteca sulla possibilità da parte del movimento operaio di invertire la rotta rispetto alla ristrutturazione capitalistica in corso, ma anche un grave colpo per il Pci.
A trent’anni da quei fatti, vogliamo discuterne a partire dal documentario (gentilmente concesso dall’AAMOD) che alcuni tra i maggiori registi italiani realizzarono sulla manifestazione del 24 marzo, come forma di sostegno alla lotta dei lavoratori. Molti dei problemi sui quali ci si confrontò – il costo della vita, il potere d’acquisto e la forza contrattuale dei lavoratori, la possibilità di cambiare la politica economica –, sia pure in termini totalmente diversi, sono tuttora al centro della crisi italiana. Accanto alla riflessione storica sui fatti del 1984-85, dunque, la nostra intenzione è quella di sollecitare una riflessione sull’oggi, su come sia cambiato il contesto e su quali risposte si possano abbozzare di fronte a una crisi economica e sociale nuova, ma anche figlia della svolta neoliberista degli anni ’80.
Organizzano: Associazione Marx XXI, Casa delle Culture
In collaborazione con: AAMOD (Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico), Collettivo Oltremedia
venerdì 4 aprile
Longo, vita da resistente
Longo, la sua vita tra i partigiani
IL COMANDANTE GALLO (1900-1980)
Dalla Mosca del Comintern alla Parigi del Fronte popolare, dalla guerra di Spagna – durante la quale è alla testa delle Brigate internazionali – alla Resistenza – che pure lo vede al vertice delle Brigate Garibaldi e del Corpo volontari della libertà –, “Gallo” vive da protagonista momenti decisivi del secolo breve, assieme alla sua compagna Teresa Noce e ad altri dirigenti comunisti come Pietro Secchia e Palmiro Togliatti, col quale proprio in questi anni si delinea un asse destinato a durare anche nel secondo dopoguerra.La vita di Luigi Longo si identifica in misura rilevante con la storia del Partito comunista italiano, ma rappresenta anche un itinerario emblematico della storia del novecento. Nel suo ricordo dedichiamo una breve biografia curata da una ricerca del presidente dell’A.N.P.I di Montignoso Piercarlo Albertosi
LUIGI LONGO (1900-1980), nasce in provincia d’Alessandria, a Fubine di Monferrato, il 15 marzo 1900, da famiglia di contadini piccoli proprietari. Pochi anni dopo si trasferisce a Torino, dove il padre Giuseppe apre una mescita di vino nei pressi dello stabilimento Grandi Motori Fiat aperto da poco. Anche la famiglia Longo, come tantissime in quell’epoca, conduce una vita dignitosa ma tra grandi ristrettezze economiche; con sacrifici riesce a fare studiare Luigi, unico figlio maschio mentre le due sorelle avviano piccole attività commerciali nei pressi di piazza del Duomo.
Studente al Politecnico di Torino, Longo frequenta a Parma anche la Scuola Militare per ufficiali dell’esercito. Supera brillantemente il primo anno di esami di ingegneria ma decide di gettarsi nell’impegno politico sacrificandovi i suoi studi ed una possibile carriera nell’amministrazione pubblica.
Nel 1920 s’iscrive al Gruppo studentesco socialista di Torino del quale diventa Segretario; qui, frequenta la redazione della nuova rivista socialista “L’Ordine Nuovo” e incontra Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti.
Con la scissione del PSI al Congresso di Livorno (gennaio 1921), aderisce al Partito comunista d’Italia – sezione dell’Internazionale Comunista (IC) e ne diventa ben presto uno dei massimi dirigenti.
Quello stesso anno conosce Teresa Noce (1900-1980), giovane operaia tornitrice alla Fiat Brevetti, segretaria del Circolo giovanile comunista del popoloso rione torinese di Porta Palazzo, che sarà poi conosciuta dal 1930 con lo pseudonimo “Estella” e che sposerà nel 1925, appena raggiunta la maggiore età che all’epoca è stabilita a 25 anni. Con Estella avrà tre figli (Luigi Libero, “Gigi”, nel 1923; Pier Giuseppe nel 1925, morto in tenerissima età e Giuseppe-Piero-Luciano, “Putisc”, nel 1929).
Nel 1922, a Torino, le squadracce fasciste – che già nel 1918 avevano devastato la Camera del Lavoro – intensificano le intimidazioni, le aggressioni e le violenze contro operai e sindacalisti. I comunisti torinesi tentano di reagire al terrorismo fascista; Longo è molto attivo nell’organizzare piccole squadre di combattimento ed una serie di spettacolari manifestazioni-lampo. Prima della marcia su Roma del 28 ottobre e del conseguente colpo di Stato avvallato dal re Vittorio Emanuele III, si reca a Mosca con la delegazione della Fgci per partecipare al IV congresso dell’I.C.
LA CLANDESTINITA’ – IL PATTO DI UNITA’ D’AZIONE
Il 18 dicembre e nei giorni successivi si compie, per mano dei fascisti, quella che sarà definita la “strage di Torino”, con la nuova distruzione della Camera del Lavoro di Corso Galileo Ferraris, l’assalto alla redazione de “L’Ordine Nuovo” e l’assassinio organizzato di decine di comunisti, o anche solo presunti tali, complice il silenzio delle autorità del Regno.
Rientrato da Mosca riceve il compito di dirigere il periodico della Fgci “Avanguardia”. Si trasferisce, perciò, a Roma, insieme a Estella ma in seguito all’arresto, nel febbraio 1923, del Segretario del PCd’I, Amadeo Bordiga e di gran parte della Direzione, è costretto a spostarsi a Milano. Anche Longo viene arrestato nel 1923 insieme a Giuseppe Berti e Antonio Cassitta e resta detenuto per un anno a San Vittore. Uscito dal carcere entra nella vera e propria clandestinità.
Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti pronuncia alla Camera dei Deputati un discorso di forte accusa contro il regime fascista e Mussolini. Qualche giorno dopo l’Unità ne denuncia drammaticamente la scomparsa. Il corpo di Matteotti viene trovato il 14 giugno: nessun dubbio che si tratti di un assassinio politico. Lo sbandamento di Mussolini, messo sotto pressione dallo sdegno generale anche all’estero, fa ipotizzare un intervento del re per sostituire il governo. Il PCd’I non cede alle illusioni e chiede lo sciopero generale. La CGL frena ogni tentativo di protesta mentre le altre opposizioni (PPI e PSI) si limitano a proteste verbali e ad uscire dal Parlamento. L’occasione di chiamare le masse ad una sollevazione viene perduta; il regime si rafforza. Dopo un nuovo arresto nel 1925, Longo è costretto a lasciare l’Italia.
Nel febbraio 1926, dopo il Congresso di Lione (29 gennaio), si reca a Mosca per la seconda volta, insieme alla moglie Teresa Noce ed al figlio Gigi. E’ il periodo nel quale si svolgono nel partito russo aspri contrasti tra i dirigenti bolscevichi con la riacutizzazione della lotta contro il trotskismo. Quello stesso anno Josif Vissarionovic (Stalin) diventa Segretario del Pcus e capo dell’Urss. Longo, in rappresentanza del Kim (Internazionale della Gioventù Comunista), partecipa alle riunioni più importanti del Komintern (Internazionale Comunista).
Il 5 novembre 1927 Benito Mussolini prende spunto dall’attentato compiuto contro di lui (attribuito dai fascisti al quindicenne Anteo Zamboni, assassinato sul posto) e introduce le leggi eccezionali che sopprimono i partiti. L’ondata di feroce repressione che ne segue porta qualche giorno dopo all’arresto di Antonio Gramsci e poi di Mauro Scoccimarro, di Umberto Terracini ed altri dirigenti del PCd’I.
Tale situazione rischia la completa disarticolazione del partito; si impone, perciò, il rafforzamento dell’organizzazione del centro estero di direzione, inizialmente a Parigi e poi a Lugano, sotto la guida di Palmiro Togliatti, cui si aggiungeranno Ruggero Grieco, Teresa Noce e lo stesso Longo, che rientrerà spesso in Italia per il lavoro clandestino con lo pseudonimo di “Gallo”, poi di “Lisbona”. Il PCd’I, a differenza degli altri partiti aventiniani, decide di mantenere in Italia il centro direzionale della lotta antifascista e rafforza le misure cospirative, per sfuggire all’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascista) pericolosa organizzazione segreta istituita da Mussolini a partire dal 1926. E’ una scelta coraggiosa, contrastata da alcuni dirigenti ma fortemente sostenuta da Longo: essa darà frutti positivi qualche anno dopo ma nell’immediato costerà caro in termini di comunisti confinati, arrestati, seviziati e anche uccisi.
La firma (11 febbraio 1929) dei Patti Lateranensi tra l’Italia ed il Vaticano, seguita dal Concordato tra lo Stato e la Chiesa, rafforza notevolmente il regime fascista che ottiene il consenso esplicito delle gerarchie ecclesiastiche e dell’Azione Cattolica. Tre giorni dopo, il 14 febbraio, Pio XI arriva a definire Mussolini “l’uomo inviato dalla Provvidenza”.
Il 24 ottobre, negli Stati Uniti si verifica il crac della borsa di New York: inizia la “grande depressione” che colpirà tutti i paesi capitalistici, in primo luogo e pesantemente la Germania, già in difficoltà per l’enorme debito di guerra.
Nel clima di sofferenza economica e di revanscismo nazionalista, il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler sale al potere in Germania, straccia la Costituzione della debole Repubblica di Weimar e instaura la più feroce dittatura che l’Europa abbia conosciuto.
In quello stesso anno Longo diventa membro della commissione politica del Komintern e viene inviato a Mosca per seguire il lavoro nell’emigrazione. Nel dibattito politico, facendo tesoro dell’esperienza maturata nel lavoro clandestino e nell’emigrazione, Longo si mostra tra i più convinti assertori della politica di unità d’azione con i socialisti e si adopera per dare vita ad un fronte popolare anche in Italia. Alcuni mesi dopo, nell’estate del 1934, sarà proprio Luigi Longo, con Giuseppe Di Vittorio ed Egidio Gennari) a firmare il patto di unità d’azione con il Psi (Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Bruno Buozzi). E’ il primo atto ufficiale di unità dopo anni di divisioni e suscita grande entusiasmo tra i lavoratori influenzando la ripresa del movimento antifascista in Italia. Dirà anni dopo lo stesso Longo: “Fu sulla base di quel patto, più volte rinnovato, e del lavoro unitario nell’emigrazione che si poté, al momento della rivolta del traditore Franco contro la Repubblica spagnola, portare centinaia e migliaia di lavoratori, comunisti e socialisti, emigrati in Francia, a combattere in Spagna, prima nel Battaglione Garibaldi e poi nella XI Brigata Internazionale, in difesa della Repubblica spagnola”.
Il cambiamento di linea dei partiti comunisti e di quelli socialisti in diversi Paesi europei non tarda a dare i suoi frutti: nel febbraio 1936 il Fronte Popolare vince le elezioni in Spagna ed analoga alleanza vince in Francia nel maggio successivo. L’esperienza dei fronti popolari francese e spagnolo hanno un’influenza grandissima su tutto l’antifascismo italiano e particolarmente sul PCd’I. Nascerà un “nuovo antifascismo” che si svilupperà nelle fabbriche e nelle università creando una nuova generazione di avanguardie operaie ed intellettuali.
La scelta unitaria consente al movimento sindacale francese di ottenere, sotto il governo di Léon Blum, importanti risultati come la conquista delle 40 ore (pagate 48), il diritto alle ferie retribuite (15 giorni), i contratti collettivi nazionali, il riconoscimento dei delegati sindacali di fabbrica, un aumento salariale del 12%, il prolungamento dell’età scolastica.
LA GUERRA DI SPAGNA – LE BRIGATE INTERNAZIONALI
In Spagna, invece, passata l’euforia della vittoria si produce (18 luglio 1936) la “rivolta dei quattro generali” (Franco, Mola, Queipo de Llano, Goded) capeggiata dal generale Francisco Franco che comanda le truppe di stanza in Marocco. Con lui si schierano il 95% degli ufficiali e l’80% dei soldati. Solo la flotta resta fedele alla repubblica. Il putsch, che porterà di lì a poco alla guerra civile, rivela tutta la debolezza del governo in carica; solo la forte reazione delle masse raccolte organizzate dalla sinistra salva la repubblica. Il rapido cambio del governo porta al ruolo di primo ministro José Giral che ordina la distribuzione delle armi al popolo. Prima di trasformarsi in scontro tra formazioni militari più o meno regolari, la guerra inizia come guerriglia di popolo in tutte le città più importanti.
Il 21 luglio Vittorio Vidali, che sarà conosciuto come il leggendario “Comandante Carlos (Contreras)” aiutato da Ettore Quaglierini (Pablo Bono), organizza per il Partito comunista spagnolo il V° Reggimento (il Reggimento d’acciaio), unità di élite dell’esercito spagnolo.
Dopo lo scoppio dell’insurrezione il 13 agosto sorge a Parigi – per iniziativa di gruppi antifascisti – un Comitato Internazionale di Aiuto al Popolo Spagnolo (diretto da Giulio Cerreti) mentre i governi francese, inglese e statunitense, adottano la scelta del “non intervento”, che non tarderà a rivelarsi come un errore di enorme portata: la sottovalutazione del pericolo nazifascista spianerà, infatti, la strada alle mire espansionistiche di Hitler ed alla tragedia immane della seconda guerra mondiale. E’ opinione unanime che se la Francia avesse soccorso la Spagna repubblicana, la ribellione sarebbe stata stroncata nelle prime settimane. Inutilmente l’antifascismo italiano e particolarmente gli esuli comunisti e socialisti che in Francia si raccolgono intorno all’Unione Popolare presieduta da Luigi Longo, denuncia tentennamenti, ambiguità, cedimenti della socialdemocrazia internazionale che sta sacrificando la causa della repubblica spagnola ad altri calcoli.
I governi di Germania, Italia e Portogallo, invece, fin dall’inizio sostengono apertamente i franchisti; il Vaticano è il più pronto a schierarsi pubblicamente e ufficialmente con essi anche se dovrà registrare la diffusa disobbedienza del basso clero.
La guerra di Spagna si configura subito come un evento destinato a cambiare il corso della storia in senso tragico. Tale consapevolezza induce migliaia di antifascisti di tutte le nazionalità ad accorrere in difesa della repubblica. Longo è tra i primi a portarsi in Spagna.
Il 17 agosto, ad opera di Mario Angeloni, Carlo Rosselli, Umberto Calosso, Camillo Berneri, viene costituita in Catalogna la “Colonna italiana”.
Il 18 agosto a Granada viene assassinato il poeta Federico Garcia Lorca.
Alla fine di settembre Longo, ripreso il nome di battaglia di Gallo, assume il grado di Comandante di Stato Maggiore ed avvia l’organizzazione delle B.I.: nel corso del conflitto, saranno quasi 50 mila i volontari di 53 paesi che si raccoglieranno in 14 brigate. Aiutato da Giuseppe Di Vittorio e da André Marty riesce a far nascere quasi dal nulla una organizzazione militare efficiente.
I problemi di ordine militare, organizzativo, logistico, psicologico, politico sono immensi ma Longo si rivela l’uomo adatto per risolvere queste difficoltà, per il suo spirito pratico e per le sue doti umane. Uno dei principi su cui insiste, superando le non poche resistenze, è quello di inserire un’aliquota di combattenti spagnoli nelle B.I. allo scopo di cementarne l’unione.
In pochi giorni vengono costituite due brigate: la XI, comandata dal generale Lazar Stern (Emil Kléber) e costituita dai battaglioni Edgar André (tedesco), La Commune de Paris (franco-belga), Dombrowsky (polacco), il commissario politico è Giuseppe Di Vittorio; la XII, comandata dal generale Mata Zalke (Luckas) e costituita dai battaglioni Thaelmann (tedesco-slavo), Garibaldi (italiano, nel quale combatterà Longo), André Marty ( franco-belga), il commissario politico è lo stesso Luigi Longo.
Nelle settimane successive si formano le altre Brigate tra le quali la “Lincoln” formata da comunisti e antifascisti americani che subirà gravi perdite; molti dei suoi superstiti, nel 1944-45, saranno utilizzati in Italia dall’esercito americano per costruire rapporti e collegamenti con la Resistenza Italiana.
Il 28 ottobre la Germania invia la “Legione Condor” (circa 16 mila uomini a rotazione) a sostegno dei franchisti. Il 5 novembre, dopo un sommario addestramento ad Albacete, l’XI e la XII B.I. sono inviate a difesa di Madrid assediata dai nazionalisti che sferrano l’attacco il 7 novembre, ma saranno respinti. Il 23 novembre Franco è costretto a sospendere gli attacchi ed a togliere l’assedio alla capitale. Per la prima volta le truppe venute dal Marocco vengono bloccate.
Alla fine del 1936, Longo resta ferito dall’esplosione di una bomba a Pozuelo d’Alarcón, presso Madrid. Nel dicembre è nominato Commissario di Divisione e Ispettore Generale di tutte le Brigate Internazionali e dei servizi sanitari internazionali, che rappresenta il grado più elevato istituito per le B.I. La sua calma ed il sangue freddo, la capacità di assumersi grandi responsabilità, la grande conoscenza degli uomini, unita alla scrupolosa cura dei dettagli – caratteristica maturata nei lunghi anni della clandestinità – risultano fra i principali elementi della coesione e dei successi delle Brigate Internazionali nonostante l’enorme squilibrio tra le forze in campo.
Il 3 gennaio del 1937 sbarca in Spagna (Cadice e Siviglia) il primo contingente del Corpo Truppe Volontarie (CTV) inviate da Mussolini; gli effettivi saranno complessivamente 78.846 inquadrati in 4 Divisioni: “Dio lo vuole” (gen. Edmondo Rossi), “Fiamme nere” (gen. Amerigo Coppi), “Penne nere” (gen. Nuvolari), “Littorio” (gen. Annibale Bergonzoli).
Nella vittoriosa battaglia di Guadalajara (8-25 marzo 1937) si contrappongono 50 mila fascisti (30 mila italiani del CTV al comando del generale Mario Roatta più 20 mila spagnoli) e 6/7 mila miliziani repubblicani (la milicia popular), cui si aggiungono due giorni dopo l’XI e la XII B.I. Il Battaglione Garibaldi (al suo interno opera la batteria di artiglieri “Antonio Gramsci”), agli ordini di Ilio Barontini (Dario), è scelto per l’attacco frontale di sfondamento delle linee nemiche, affiancato dai Battaglioni “André Marty”, “Dombrowsky”. In seguito al successo di tale operazione militare il Garibaldi darà il nome a tutta la XII Brigata Internazionale. La battaglia di Guadalajara verrà ricordata come la “prima sconfitta del fascismo” ed avrà un’eco enorme soprattutto in Italia. In quegli stessi giorni, il 19 marzo 1937, Pio XI, nella Enciclica “Divini Redemptoris” si scaglierà contro il flagello comunista in Spagna.
Il 26 aprile la città di Guernica, simbolo dell’autonomia basca, è bombardata e rasa al suolo dalla legione tedesca “Condor”. Il bombardamento causa 1.654 morti e 889 feriti. Pablo Picasso lo rappresenterà in un suo famoso dipinto.
In Italia, all’alba del 27 aprile, muore Antonio Gramsci. “Hanno finito di assassinarlo” scriverà dalla Francia Emanuele Modigliani. I giornali italiani danno scarso rilievo alla notizia mentre all’estero l’eco sarà grandissima. Giustizia e Libertà (GL) scriverà: “Il pensiero di Gramsci è fissato non solo sulla carta ma nei cervelli e nelle coscienze dell’élite rivoluzionaria … Un regime che assassina un Gramsci ha la vita segnata”. Il regime fascista teme reazioni e manifesta il proprio terrore negando la sepoltura in un cimitero pubblico di Roma: le ceneri di Gramsci saranno ospitate nel “cimitero a-cattolico” del quartiere Testaccio.
Il 9 giugno a Bagnoles de l’Orne, in Normandia, vengono assassinati dai fascisti i fratelli Carlo e Nello Rosselli.
Il 4 luglio, nel corso del 2° Congresso Internazionale per la difesa della Cultura, intellettuali di tutto il mondo dichiarano il loro sostegno alla repubblica spagnola. Tra questi aderiscono al documento: Maritain, Mauriac, André Gide, Curie, Huxley, Bromfield, Auden, Steinbeck, Upton Sinclair, Camus, Albert Einstein, Fallkner, Caldwell, Bertold Brecht, Antonio Machado, Alberti, Bergamin, Ernest Hemingway, Stephen Spender, André Malraux, Pablo Neruda, Tzara, Aragon, Heinrich Mann, Charlie Chaplin.
VERSO IL CONFLITTO MONDIALE – IL CARCERE – IL CONFINO
Il 29 settembre Arthur Neville Chamberlain e Edouard Daladier, con l’accordo di Monaco, sacrificano l’indipendenza del popolo cecoslovacco e con essa quella del popolo spagnolo.
Nell’ottobre del 1938, su pressione delle democrazie occidentali che perseverano nella miopia e nell’errore, il governo spagnolo decide il ritiro dal fronte delle Brigate Internazionali, che sfileranno in parata applaudite nelle strade di Madrid. L’esperienza maturata dai volontari italiani nel quadro delle B.I. ed all’insegna dell’unità antifascista, sarà preziosa per la Resistenza italiana alcuni anni dopo.
Per molti garibaldini il ritorno in Francia, dove si trovavano illegalmente, significa l’arresto. Per evitarlo, Edoardo D’Onofrio d’accordo con il Pcf riesce a provvedere di nuovi documenti i volontari in maggior pericolo, destinandone molti in America, in Africa, in diversi paesi europei.
Il 1° aprile 1939 la guerra di Spagna è terminata: Francia, Inghilterra e Stati Uniti riconoscono il governo franchista.
Il giorno precedente le armate di Hitler avevano invaso la Cecoslovacchia.
Tornato in Francia, Longo, insieme a Domenico Ciufoli e Stefano Schiapparelli, organizza una “scuola di partito” per molti comunisti garibaldini rientrati dalla Spagna che si trovano in situazione semilegale e che, tuttavia, manifestano la volontà di continuare la lotta a fianco del popolo francese. Molti di essi entreranno a far parte della resistenza francese (maquis). Il contributo degli italiani nel maquis sarà di 18 mila combattenti, con oltre 2 mila caduti.
Nel clima di diffidenza che si crea in seguito alla firma del patto di non aggressione russo-tedesco tra Joachim von Ribbentropp e Vjaceslav Michajlovic Molotov (Mosca, 23 agosto 1939), il governo del radical-socialista Daladier avvia la stagione degli arresti degli stranieri comunisti.
Fra le prime vittime Longo e Togliatti ma, mentre quest’ultimo non è riconosciuto e verrà condannato a sei mesi per “uso di falso documento per passare la frontiera”, per Longo la condanna è più dura in quanto è conosciuto come presidente comunista dell’Unione Popolare. Viene incarcerato, interrogato e percosso nella prigione della Santé dove resta per quasi un mese per essere poi trasferito al campo di concentramento Roland Garros insieme ad altri comunisti italiani tra i quali Giuliano Pajetta, Eugenio Reale, Leo (Weiczen) Valiani, Mario Montagnana, Francesco Leone. Da qui, successivamente, al campo del Vernet-sur-Ariège nei Pirenei, dove vengono concentrati ben 4 mila comunisti stranieri: tra gli italiani vi sono Giuseppe Alberganti, Vittorio Bardini, Dino Saccenti, Carlo Farini, Aladino Bibolotti, Felice Platone, Cesare Colombo, Alessandro Senigaglia, Eugenio Reale, Aristodemo Maniera, Piero Dal Pozzo, Mario Ricci e molti altri. Dal Vernet al campo di Les Milles poi a Marsiglia e di nuovo al Vernet. Qui si costituisce un direttivo del PCd’I (Longo, Mario Montagnana, Giovanni Parodi ed altri). In quei frangenti Leo Valiani esce dal PCd’I ed aderisce a GL.
Il 1° settembre 1939 i tedeschi invadono la Polonia; in risposta il 3 settembre Francia ed Inghilterra dichiarano guerra alla Germania. Il 26 dello stesso mese il Pcf è messo fuori legge.
Il 10 maggio 1940 la Francia è invasa dai tedeschi che in pochi giorni arrivano a Parigi (14 giugno) e vi insediano il proprio comando; al sud (con sede a Vichy) viene costituito un governo collaborazionista guidato dal maresciallo Henri Pétain.
Il 10 giugno 1940 Benito Mussolini dichiara guerra alla Francia. Scrive Pietro Nenni: “E’ una guerra senza ragione, senza scusa, senza onore perché Mussolini attacca la Francia già invasa e agonizzante facendo assumere all’Italia la parte dello sciacallo”.
Il 26 giugno 1941 Hitler rompe i patti con l’Urss e dà inizio alla sua invasione che si arresterà a Stalingrado con la resa (2 febbraio 1943) delle truppe germaniche al comando del feldmaresciallo von Paulus.
Nell’estate del 1941 Longo è trasferito al carcere di Castres e poi a Nizza. Nel febbraio 1942 è consegnato alla polizia italiana, incarcerato a Regina Coeli e dopo tre mesi inviato al confino a Ventotene dove sono altri antifascisti e dirigenti comunisti (Umberto Terracini, Camilla Ravera, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Altiero Spinelli, ed altri).
L’8 dicembre 1942, il giorno dopo Pearl Harbur, gli Stati Uniti entrano in guerra contro l’Asse (Germania, Italia, Giappone).
Nel corso del 1942, in Italia, si costituisce nella clandestinità il Partito Comunista Cristiano (i comunisti cattolici) cui aderiscono, tra gli altri, Franco Rodano, Antonio Tatò, Adriano Ossicini, Luciano Barca, Fedele D’Amico, Giglia Tedesco, Paolo Moruzzi, Vittorio Tranquilli, Corrado Santarelli.
Liberato dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943), Longo lascia l’isola il 22 agosto ed entra subito nel vivo dell’azione. Incaricato a riceverlo a Roma è Renato Guttuso che, insieme a Mario Socrate, lo accompagna nella casa di Luchino Visconti che lo ospiterà per qualche tempo. Alcuni anni dopo (1951) Guttuso, a significare la continuità tra Resistenza e Primo Risorgimento, rappresenterà Luigi Longo (“il Garibaldi del ‘900”) al fianco di Giuseppe Garibaldi nel suo dipinto “La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio” nella quale i volontari garibaldini avevano sconfitto l’esercito borbonico aprendosi la strada verso Palermo.
LA RESISTENZA – IL CLN – LE BRIGATE GARIBALDI
Il 29 agosto si ricostituisce la direzione del Partito Comunista Italiano (nome assunto il 15 maggio in sostituzione di Partito Comunista d’Italia): Longo ne entra a far parte. La sera stessa scrive il “Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale”. Si tratta del documento che verrà approvato il giorno dopo anche dal Partito socialista e dal Partito d’Azione (Pd’A) e che segna il passaggio alla fase della lotta armata. I tre partiti della sinistra (PCI, PSI e Pd’A) costituiscono la Giunta Militare tripartita (Luigi Longo, Sandro Pertini, Riccardo Bauer) che si reca immediatamente dal Maresciallo Pietro Badoglio per proporre la necessità di stabilire ovunque contatti e accordi tra esercito e Fronte nazionale. E’ la prima “piattaforma” per la guerra di popolo, ma il governo Badoglio respinge la proposta.
Il 1° settembre il triumvirato (Longo, Pertini, Bauer) incontra il generale Giacomo Carboni, comandante militare della piazza di Roma, per proporgli la formazione di una Guardia Nazionale. Lo stesso tentativo è fatto a Milano da Girolamo Li Causi con il generale Vittorio Ruggero. La risposta è un rifiuto dell’esercito che non vuole le milizie popolari. Tuttavia il generale Carboni consegne molte armi ai comunisti per organizzare le prime squadre armate a difesa di Roma. Il governo Badoglio, però, le fa sequestrare immediatamente dalla polizia.
Il 2 settembre il Pci lancia la parola d’ordine della politica di unità nazionale contro il fascismo e l’occupante straniero. Il giorno dopo, in segretezza, si consuma l’atto di resa dell’Italia con la firma dell’armistizio provvisorio che verrà però resa pubblica solo l’8 settembre su pressione del generale Taylor. Questo ritardo consente alla Germania di predisporre ovunque la quasi totale neutralizzazione dell’esercito italiano e di rafforzare la propria presenza in Italia con l’invio tempestivo di numerose divisioni.
Il 9 settembre a Roma nasce il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), mentre all’alba, con una tempestività più che sospetta e senza incontrare ostacoli da parte tedesca, il re, la sua corte, il suo governo fuggono precipitosamente a Brindisi lasciando l’esercito senza direttive.
Longo è mandato a Milano per organizzare, insieme ad altri dirigenti, l’azione del partito nell’Italia occupata. Non è facile convincere le diverse correnti antifasciste della necessità di organizzare la Resistenza come condizione per il riscatto e la rinascita del Paese, portato dal fascismo alla disfatta ed alla servitù. Di fronte all’attesismo di quanti propugnano l’ipotesi minimale di una attività di piccoli gruppi di informatori alle dipendenze dei comandi alleati (come gli stessi alleati suggeriscono), il Pci rompe gli indugi e, all’inizio di novembre, costituisce le prime Brigate d’assalto Garibaldi delle quali Longo assume il comando generale.
Così lo descriverà in seguito Leo Valiani: “Ritrovo Gallo … che con il nome di Italo è il comandante generale delle Garibaldi e, insieme, il capo politico dei comunisti del Nord. Tutti dicono che Longo ha il volto della sfinge e certamente nessuno è capace di leggergli nei pensieri; non tradisce mai un’emozione e tantomeno un dubbio. Che sia un uomo di raffinata cultura e di profonda umanità, questo lo sanno solo gli intimi. Agli altri appare come scolpito nella pietra; organizzatore eccezionale, però, e freddo ragionatore”.
Nelle città sono già in azione i GAP (Gruppi di Azione Patriottica) e le SAP (Squadre di Azione Patriottica) prevalentemente comunisti. Di fronte alle titubanze di chi lamenta la carenza di armamenti, Longo affronta la questione in modo lapidario: “le armi sono quelle che ha il nemico, a cui bisogna strapparle”.
All’inizio dell’Insurrezione Nazionale le formazioni garibaldine saranno 575 su un totale di 1090 brigate partigiane.
Le classi che danno il più alto numero di partigiani combattenti sono il ’24 e il ’25 e, addirittura il ’26: cioè ragazzi che hanno frequentato le scuole fasciste, che sono nati dopo la marcia su Roma e molto spesso non hanno sentito nessuno parlare di politica. Anche in questo sta la straordinaria grandezza di quanti, nella clandestinità e nella lotta al fascismo, hanno mantenuto aperta una prospettiva di speranza e sono stati in grado di dare immediata sponda ed organizzazione alla voglia di riscatto di molti giovani dopo il ventennio buio e lo shock dell’8 settembre.
Caratteristica fondamentale della guerra partigiana, annota in quei frangenti Longo, “è il movimento, non il presidio, è l’attacco, non la difesa. La Resistenza non deve essere vista solo come lotta armata di formazioni militari ma anche come lotta, resistenza delle grandi masse lavoratrici sul luogo stesso del lavoro”. E’ l’appello del Pci alla mobilitazione ed agli scioperi.
IL GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE – L’INSURREZIONE NAZIONALE
Il realismo politico di Longo lo porta a comprendere che i rapporti di forza e la situazione non consentono di scartare l’ipotesi di un compromesso politico e militare con le forze badogliane, fermo restando che la direzione resta al CLN. All’interno della Direzione nasceranno profondi contrasti su questa linea che verranno definitivamente superati con il rientro di Togliatti e con la svolta di Salerno (aprile 1944) allorché si stabilisce la costituzione del governo di unione nazionale per dare al Paese una guida non più discussa bensì riconosciuta da tutto il movimento di liberazione nazionale. Il Pci ritiene che in quel momento storico il compito più rivoluzionario sia quello di battere Hitler e Mussolini per ridare la libertà al Paese. Il 21 aprile il Pci, insieme agli altri partiti dello schieramento antifascista, entra nel governo Badoglio con due ministri (Palmiro Togliatti e Fausto Gullo) e due sottosegretari (Mario Palermo e Antonio Pesenti).
Nel marzo 1944 la Resistenza italiana ha già una consistenza ed una estensione nazionali. Si pone, quindi, il problema di collegare fra di loro le varie formazioni, nate da diverse iniziative di diversi gruppi politici. Il 2 giugno le prime truppe del generale americano Mark Waine Clark entrano in Roma.
Da Milano, sempre nel giugno 1944, Longo contribuisce in modo determinante alla costruzione del CVL (Corpo Volontari della Libertà), che avrà il compito di unificare l’azione militare delle diverse formazioni partigiane e ne assume il comando insieme a Ferruccio Parri. In seguito, per volontà degli alleati, il comando passa nelle mani del generale Raffele Cadorna, paracadutato nell’Italia occupata, che ammetterà con franchezza in un suo diario di “esercitare un potere poco più che formale”, essendo i due vice (Longo e Parri) coloro che reggono con forti e abili mani la ribellione. Ferruccio Parri, che nell’autunno 1943 era stato designato dal CLN a capo dell’organizzazione della Resistenza armata, confiderà con una attestazione di grande stima: “nel caso in cui morissi designo mio successore Gallo”.
Nell’estate 1944 gli eserciti alleati vengono indeboliti sul fronte italiano e, non avendo più forza sufficiente per ottenere risultati decisivi contro l’enorme potenza della linea difensiva dell’esercito tedesco, si fermano sulla Linea Gotica.
Da un rapporto dell’OSS (Office of Stategic Services dell’esercito americano) si apprende che “nel solo mese tra luglio e agosto del 1944 i partigiani intercettano circa la metà dei rifornimenti tedeschi alla Linea Gotica, procurando perdite valutate in 1.700 uomini, distruggono 10 ponti ferroviari, molti vagoni”.
Il 13 novembre il generale inglese Harold Alexander (comandante delle forze alleate in Italia) emana un proclama con il quale invita le formazioni partigiane a smobilitare e a ritornare alle proprie case: “era evidente, e non solo a noi – scriverà lo stesso Longo alcuni anni dopo – l’obbiettivo di eliminare il movimento di liberazione italiano che stava avendo una estensione ed un carattere troppo compromettente per le mire dei gruppi imperialistici anglo-americani”. Sullo stesso argomento scriverà Ferruccio Parri: “L’unico e veramente costante nemico della liberazione italiana è stato Churchill e in modi e gradi diversi una posizione sempre contraria al movimento insurrezionale l’ha sempre avuta il governo inglese”. E, ancora, Aldo Aniasi: “era noto ai partigiani che Winston Churchill non nascondeva le sue simpatie per la monarchia e in particolare per i Savoia”.
Sfruttando il proprio ruolo al vertice del CNLAI e del CVL, Longo compie, però, un’abile e spregiudicata operazione di “interpretazione” con la quale formalmente approva il proclama punto per punto ma nella sostanza ne capovolge il senso. La sua audacia ed il tono risoluto porta tutto il gruppo dirigente del CVL ad accettarne l’interpretazione che diventa quindi la posizione ufficiale trasmessa come direttiva (2 dicembre) a tutti i comandi regionali. Di fatto il Comando del CVL rifiuta di obbedire all’ordine del “tutti a casa”. Le indicazioni di Longo verranno applicate e questo salva l’insieme dell’esercito partigiano anche nella durezza della repressione nazifascista che si fa più intensa ora che gli alleati hanno fatto sapere che non intendono sferrare l’attacco di sfondamento della Linea Gotica.
Nonostante la contrarietà degli alleati (ordine trasmesso il 31 marzo 1945 dal generale Clark, che aveva sostituito Alexander) l’Insurrezione Nazionale sollecitata e sostenuta dalla Resistenza al nord – che si rivelerà il più forte movimento partigiano dell’Europa occidentale – conduce alla liberazione di tutto il Paese che si conclude il 25 aprile 1945 con l’ingresso delle formazioni partigiane a Milano. Il Comitato Esecutivo Insurrezionale è composto da Longo, Pertini e Valiani. All’inizio dell’Insurrezione la maggior parte delle formazioni tedesche dislocate nel nord della Toscana, in Liguria ed in Piemonte si arrendono ai vari CLN territoriali. Quelle che ripiegano verso il Brennero si trovano la strada bloccata dalle formazioni partigiane e si arrenderanno nelle due settimane successive. Kesserling è esplicito in un suo dispaccio a Berlino con il quale chiede rinforzi (26 febbraio 1945): “L’attività delle bande di partigiani sugli Appennini Occidentali e lungo la Via Emilia si è diffusa come un lampo negli ultimi dieci giorni. La concentrazione di gruppi partigiani di varie tendenze politiche in un’unica Organizzazione sta iniziando a produrre risultati evidenti”. Si tratta del più efficace riconoscimento della statura politico-militare di quanti, Longo in testa, avevano voluto l’unificazione delle formazioni partigiane nel CVL.
Qualche giorno dopo la fucilazione di Mussolini (Dongo, 28 aprile) e dei maggiori gerarchi fascisti (eseguita sulla base della sentenza di morte promulgata dal CNL Alta Italia), farà giustizia dei responsabili di tutto il passato fascista. Il 30 aprile Hitler si suicida nel suo bunker di Berlino. La resa incondizionata della Germania avviene l’8 maggio.
Il 5 maggio 1945 a Milano, Longo sfila alla testa delle armate di liberazione insieme a Ferruccio Parri, Raffaele Cadorna, Enrico Mattei e ad altri dirigenti del CNL e del CVL.
Al termine del conflitto è decorato dallo stesso generale americano Clark con la “Bronze Star”, una decorazione che resta intangibile testimonianza di quanto grande sia stato il contributo di Luigi Longo e delle Brigate Garibaldi alla causa della libertà dei popoli. Scriverà Max Corvo, capitano dell’esercito Usa in forza al Secret Intelligence militare: “L’Italia, nel teatro delle operazioni belliche, costituì un caso unico in quanto, da paese nemico che aveva sostenuto una dittatura assoluta, in pieno conflitto bellico, sviluppò un movimento di liberazione di così grande portata come quello che il CLNAI si trovò a dirigere, guadagnandosi il rispetto dei capi alleati per la sua integrità morale, la sua capacità di sacrificio e l’autorevolezza dei suoi capi”.
IL DOPOGUERRA – ALLA GUIDA DEL PARTITO
Nel clima di unità nazionale e di ricostruzione politica, economica e morale del Paese, nei giorni 16 e 17 giugno 1945, a Torino, si incontrano sei imprenditori del nord: Pierluigi Roccatagliata, Vittorio Valletta, Piero Pirelli, l’ing. Falk, Rocco Piaggio, Andrea Costa, già collusi con il regime fascista, che indicano all’ambasciatore Usa, Kirk quella che sarà la linea padronale: “Il comunismo sarà combattuto: a) con un’intensa campagna di stampa e di propaganda che includa la corruzione dei leaders comunisti e di scrittori comunisti; b) con le armi”.
Dopo la Liberazione gli elementi liberali, democristiani, autonomi che durante la lotta partigiana furono attivamente al fianco dei comunisti, dei socialisti e degli azionisti saranno messi in ombra, esautorati e praticamente ignorati nei loro stessi partiti.
Nel 1946 Longo entra a far parte della Consulta Nazionale e poi dell’Assemblea Costituente. Sarà sempre rieletto alla Camera dei Deputati nelle liste del Partito Comunista Italiano.
Il 2 giugno 1946, con la vittoria nel Referendum Istituzionale, in Italia è proclamata la Repubblica. Quello stesso mese di giugno Togliatti (Guardasigilli), come segnale di pacificazione e di apertura di una fase nuova per il Paese, vara l’amnistia per i reati compiuti dai repubblichini di Salò ad esclusione dei torturatori, degli assassini, dei delatori, dei servi dei tedeschi che avevano mandato nei campi di sterminio nazisti i propri connazionali e s’erano spartiti i poveri beni.
Dopo lo “storico” viaggio di Alcide De Gasperi negli Stati Uniti (gennaio 1947), gli Usa indicano la loro idea di rapporto con l’Italia, che dovrà restare suddito fedele: “una parola gentile e una fetta di pane, un omaggio pubblico alla cultura italiana e un’allusione discreta alle virtù della democrazia stile americano” (21 novembre 1947, Walter Dowling, responsabile per gli affari italiani del Dipartimento di Stato americano). Il clima politico nel Paese va rapidamente cambiando. La politica di unità nazionale si rompe. Pci e Psi vengono esclusi dal governo, la politica governativa si sposta a destra. Il 1°maggio del 1947 si consuma l’eccidio di Portella delle ginestre.
Il 1° gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione che reca come prima firma quella del comunista Umberto Terracini. L’11 maggio dello stesso anno Luigi Einaudi è eletto primo Presidente della Repubblica e sostituisce il Presidente provvisorio Enrico De Nicola.
Alla fine del 1953 Longo si separa da Teresa Noce, cui seguirà anni dopo il divorzio in seguito all’approvazione (1970) della legge Baslini-Fortuna, consentendo di regolarizzare il suo rapporto con Bruna Conti, dalla quale ha avuto un figlio (Egidio).
Nel 1954, dopo che la “grande paura” provocata dalle persecuzioni contro i lavoratori comunisti (uccisioni, arresti, condanne, licenziamenti, reparti-confino) porta un crollo nel numero di iscritti alla Cgil, il Pci prende di petto la questione. Longo (vicesegretario), insieme alla denuncia dei governi e del padronato, pone la questione dell’insufficiente presenza del sindacato in fabbrica e nei luoghi di lavoro. “Il sindacato – afferma – invece di organizzare la propria attività anche nella fabbrica supplisce a queste deficienze organizzative annettendosi e snaturando altri organismi di fabbrica come le Commissioni interne”. La Cgil avvierà, poco tempo dopo, una nuova e più profonda penetrazione nelle fabbriche con la creazione dei Consigli di Fabbrica.
Dopo l’improvvisa morte di Palmiro Togliatti, avvenuta il 14 agosto 1964 a Yalta (Crimea), è eletto Segretario del Pci. Accetta affermando di volere essere “un segretario e non un capo”. In questo ruolo, d’intesa con la Direzione, tra i primi atti assume la decisione di rendere noto (Rinascita del 5 settembre 1964) il “Memoriale di Yalta”, il pro-memoria redatto da Palmiro Togliatti in Crimea con cui viene ribadita la posizione dei comunisti italiani in merito alla situazione del Movimento comunista internazionale compendiata nei termini “unità nella diversità” e che fornisce la prova più evidente della autonomia internazionale del PCI.
Il Memoriale evidenzia anche le forti preoccupazioni sulla situazione interna: acuta recessione, risposte repressive alle lotte operaie, atteggiamenti reazionari nel governo, minacce di colpo di stato (caso del generale De Lorenzo).
Longo prosegue senza titubanze la linea della “via italiana al socialismo” che richiama la necessità dell’unità di tutte le forze socialiste in campo internazionale (non esclusa la Cina) in un’azione comune che deve essere ricercata al di sopra delle divergenze ideologiche “poiché l’obiettivo comune è quello di contrastare e battere i gruppi più reazionari dell’imperialismo”. Questa linea pone il problema della ricerca di una via pacifica di accesso al socialismo, della precisazione del concetto di democrazia in uno Stato borghese, delle forme più efficaci di partecipazione delle masse operaie e lavoratrici alla vita economica e politica, della irrinunciabilità alla pace sul piano internazionale.
Longo si rende conto che è anche necessario procedere alla preparazione e alla formazione di un nuovo gruppo dirigente.
La linea politica del Pci con Longo pone le basi per il grande balzo degli anni ’75 e ’76 con la segreteria di Enrico Berlinguer.
Dalla tribuna dell’ XI Congresso (Roma, gennaio 1966), Longo pone il problema del rapporto tra coscienza religiosa e socialismo fornendo, tra l’altro, un personale contributo allo sviluppo della teoria dello Stato: “Siamo convinti che, in questa fase storica, una profonda coscienza cristiana è portata ad entrare in contraddizione ed in conflitto con le condizioni di sfruttamento e di limitazione della libertà e della dignità della persona, proprie della società capitalistica e ad aprirsi, perciò, alle idee socialiste. Noi riaffermiamo che siamo per l’assoluto rispetto della libertà religiosa, della libertà di coscienza, per credenti e non credenti, per cristiani e non cristiani……siamo per uno Stato effettivamente e assolutamente laico. Come siamo contro lo stato confessionale, così siamo contro l’ateismo di stato”. Dalla stessa tribuna lancia la proposta di costruire assieme alle forze democratiche, senza prevenzioni né dogmatismi, “una nuova società, liberata dalla guerra, dallo sfruttamento e dall’indigenza” poiché “la nuova società socialista sarà non solo quale la vogliamo noi comunisti, ma anche quale la vorranno quanti contribuiranno alla sua edificazione … La più salda unità delle forze operaie socialiste, antifasciste, non è in alternativa con l’unità delle forze democratiche cattoliche, né in alcun modo la contraddice o l’esclude. Anzi, la sollecita, la favorisce, e la comprende”.
IL SESSANTOTTO – L’AUTUNNO CALDO – LA STRATEGIA DELLA TENSIONE
Longo, più tardi, esprimerà riserve e dubbi sulla opportunità e validità della formulazione “compromesso storico” data in un saggio su Rinascita da Enrico Berlinguer (dopo il sanguinoso colpo di stato cileno del 1973) per esprimere la tradizionale politica di intese e di collaborazione con tutte le forze democratiche per la direzione politica e sociale del Paese. Berlinguer, prima del colpo di stato, aveva già affermato (XII Congresso, 1972) che “in un paese come l’Italia, una prospettiva nuova può essere realizzata solo con la collaborazione tra le grandi correnti popolari: comunista, socialista, cattolica. Di questa collaborazione l’unità della sinistra è condizione necessaria, ma non sufficiente”. Dopo il soffocamento della democrazia cilena ad opera di Augusto Pinochet amplia la riflessione: “in un paese capitalista d’Occidente non è per nulla sufficiente aver ottenuto una risicata maggioranza parlamentare … per aprire una facile strada all’instaurazione di una via nazionale al socialismo”. Per Berlinguer ci vuole altro, “alleanze più larghe con tutti gli strati e con tutti i ceti che contano in un paese”. L’errore di Salvador Allende era stato quello di “non aver creato, o di non essere riuscito ad ottenere, l’adesione della democrazia cristiana locale”.
Agli inizi del 1965 la situazione internazionale si aggrava dopo che nel Vietnam del Nord sono iniziati i bombardamenti indiscriminati senza neppure l’atto formale della dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti.
Tra il 1967 e 1968 esplode in Italia il Movimento Studentesco che immette sulla scena politica nuovi soggetti e che si afferma a livelli di massa riuscendo a collegarsi con la spinta pacifista dei campus universitari americani contro la barbarie della guerra nel Vietnam, con i sussulti del mondo sudamericano per sottrarsi al dominio di oligarchie capitalistiche sostenute dagli USA che avranno nella morte di Ernesto Ché Guevara il loro punto di maggiore partecipazione emotiva, con la cosiddetta rivoluzione culturale cinese (“sparare sul quartier generale”), con la grande esperienza del “maggio francese”, cui la borghesia francese farà muro attorno al generale Charles De Gaulle.
Il sommovimento del ’68 segna un’era che porta con sé il capovolgimento di tutta la concezione della vita, modifica punti di vista e consuetudini consolidate e si pone come grande moto di liberazione che porta alla ribalta l’esigenza di milioni di giovani di fare politica e di parlare di politica. Un crogiolo di emozioni, di speranze, di utopie, di aspettative, di voglia di cambiare che non è immediatamente compreso dalle forze politiche italiane e neppure dal Pci che inizialmente ne resta disorientato e sostanzialmente ostile. Longo si rivela invece attento, disponibile e aperto al confronto paritario con gli studenti ed i contestatori. Spinge perciò il Partito a comprendere origini, significato e portata di quanto sta accadendo utilizzando con rigore il metodo marxista dell’analisi differenziata (comprendere prima di agire, attraverso l’analisi concreta delle situazioni concrete) ed una concezione volterriana nei rapporti sociali e politici (tolleranza e rispetto delle idee altrui). E’ attento e pronto ricettore delle istanze di novità presenti nel tessuto della società italiana e chiama il Pci a sostenere e favorire il processo di ricomposizione tra le istanze della rivolta studentesca e le lotte operaie. Questa azione, che porterà Enrico Berlinguer a definirlo “Uomo dell’unità”, avrà successo già nelle elezioni del maggio 1968 (aumento di 1 milione di voti) e produrrà, dopo l’autunno caldo del 1969, una serie progressiva di conquiste sindacali e sociali ed un avanzamento della democrazia nel Paese. Le lotte operaie del 1969 rimettono in gioco la natura stessa dello sviluppo economico nel Paese.
La risposta alle lotte dei lavoratori ed all’estensione della democrazia sarà la “strategia della tensione” con il suo tragico avvio il 12 dicembre 1969, a Milano, nella Banca Nazionale dell’Agricoltura (strage di Piazza Fontana). In questa strategia convergono provocazioni fasciste, intervento autoritario di settori dello stato, manovre eversive, involuzione reazionaria dei socialdemocratici, inettitudine dei governi, ambiguità di importanti settori della democrazia cristiana. Si sviluppano così due tensioni di segno diverso, il “nero” che tende a soluzioni golpiste, il “rosso” che vagheggia soluzioni rivoluzionarie; entrambi puntano “a liquidare le forme della democrazia politica e a provocare una guerra civile” (Adalberto Minucci).
In seguito all’intervento delle truppe del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia (21 agosto 1968), Longo esprime con durezza il dissenso e la riprovazione dei comunisti italiani per un intervento che “calpesta i principi leninisti di uguaglianza fra i popoli e i partiti, di rispetto della integrità territoriale, della indipendenza, sovranità e non ingerenza”. Il “nuovo corso” di Dubcek è, infatti, pienamente condiviso e sostenuto da Longo e dal suo partito.
In quel periodo denuncia le distorsioni nello sviluppo economico e industriale del Paese con un ruolo non coerente delle Partecipazioni Statali che sacrificano le direttive socializzatrici dell’economia per trasformarsi in gestori d’imprese e di capitali acquisendone la logica di campo. E’ una severa critica ai governi ma anche al Psi che dal 1962 è entrato nel governo di centrosinistra in posizioni sostanzialmente subalterne.
I temi del rapporto con i cattolici e con i movimenti, il ruolo dei partiti politici in generale e del Pci in particolare, sono ripresi e sviluppati con forza nel Congresso di Bologna (febbraio 1969) nel quale continua (come già avvenuto nel precedente Congresso) una riflessione sugli effetti positivamente prodotti nel campo cattolico dall’eredità lasciata da Giovanni XXIII (1958-1963) con l’enciclica “Pacem in terris” e con l’avvio del Concilio Ecumenico Vaticano II. Papa Roncalli (che aveva tolto la scomunica sui comunisti emessa da Pio XII) aveva rivoluzionato il giudizio e l’atteggiamento dei suoi predecessori nei confronti dei partiti di ispirazione marxista, con affermazioni che erano al tempo stesso una chiara indicazione per i cattolici: “…incontri e collaborazioni un tempo vietati sono e possono diventare utili o addirittura doverosi per il bene della comunità nazionale”. Ed ancora: “La Chiesa, pur respingendo in maniera assoluta l’ateismo, tuttavia riconosce sinceramente che tutti gli uomini, credenti e non credenti, debbano contribuire alla retta edificazione di questo mondo, entro il quale si trovano a vivere insieme: il che non può avvenire certamente senza un sincero e prudente dialogo”.
Da parte sua Longo entra su questi argomenti “Comunisti e cattolici mancherebbero alle proprie responsabilità se non sapessero bruciare diffidenze e prevenzioni non solo del passato ma anche del presente, per contribuire a costruire una società nuova”. A proposito del ’68: “Oggi l’Italia è un paese vivo, con una grande tensione politica, ideale e morale. Comprendiamo, facciamo nostre le insofferenze e le impazienze delle giovani generazioni … non pensiamo affatto che tutto possa o debba ricondursi al movimento ed alla spinta dal basso… Né siamo per qualsiasi movimento pur che sia e comunque si manifesti, in una concezione spontaneistica della lotta delle classi”. Sul ruolo, funzione e caratteristica del partito comunista Longo precisa: “Né erigiamo il nostro partito ad esclusivo rappresentante, ad unico garante, delle masse in movimento … il partito è parte, forza di combattimento: non può prefigurare l’intera società, non può porsi -neppure potenzialmente- come stato socialista”. Longo invita a non cadere in una visione integralistica e a rivendicare, invece, una laicità dello stato, una laicità del partito, una società socialista su basi democratiche: ” … non c’è socialismo se non c’è democrazia ma non c’è compiuta democrazia se non c’è socialismo”.
Nel 1972, a seguito di ripetuti problemi fisici, lascia la segreteria, indica in Enrico Berlinguer il proprio successore ed assume la presidenza del Pci.
Fondatore e Direttore del settimanale “Vie Nuove”, autore di numerosi saggi e studi fondamentali sul movimento di liberazione italiano, muore a Roma il 16 ottobre 1980.
Ricerca curata da Piercarlo Albertosi – 2004
Fonti: sito internet dell’Anpi; “Rivoluzionaria professionale”, di Teresa Noce, editrice Aurora; “Da Gramsci a Berlinguer: la via italiana al socialismo attraverso i congressi del PCI”, Edizioni del Calendario; “Sulla via dell’Insurrezione Nazionale” di Luigi Longo, Editori Riuniti; “Luigi Longo:dal socialfascismo alla guerra di Spagna”, di Carlo Salinari, Teti editore; “Storia dell’Italia partigiana” di Giorgio Bocca, A.Mondadori; “Storia dei sindacati in Italia”, di Gianfranco A.Bianchi, Editori Riuniti; “Storia del Partito Comunista Italiano”, di Paolo Spriano, Editori Riuniti; “La resistenza italiana”, di Leo Valiani; “I centri dirigenti del Pci”, di Luigi Longo, Editori Riuniti; “Il Pci e la guerra di liberazione”, di Pietro Secchia; “Socialismo e movimenti popolari in Europa”, di Alfredo Luciani, Marsilio Editori.
Buon compleanno, comandante Gallo!
15 marzo 2014: presentazione del libro “Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945)” al circolo Prc “Luigi Longo” di Cinecittà. Poco prima era stata inaugurata la biblioteca popolare Franco Iachini, del circuito biblioteche popolari “Ciro Principessa”, una splendida iniziativa unitaria dei comunisti romani. A conclusione della serata taglio della torta per ricordare la nascita del compagno Luigi Longo, “Gallo”.
Berlinguer, il partito, la politica internazionale
di Alexander Höbel
relazione alla conferenza “Enrico Berlinguer. Oltre la crisi della politica e dell’economia”, organizzata dall’Associazione culturale Antonio Gramsci di Cagliari.
(Università di Cagliari, 30 maggio 2013)
1. Berlinguer, l’Urss, il “socialismo in Occidente”
Enrico Berlinguer viene eletto segretario generale del Pci nel marzo 1972, al termine del XIII Congresso. Per tre anni ha svolto la funzione di vice-segretario accanto a un leader storico del Partito come Luigi Longo, che nell’autunno del 1968 era stato colpito da un ictus che ne aveva limitato non tanto le capacità di direzione quanto la possibilità di sottoporsi a tutti gli sforzi e gli stress che la carica di segretario generale comportava.
Poco prima, dinanzi all’intervento del Patto di Varsavia nella Cecoslovacchia del Nuovo corso di Dubcek, condannato pubblicamente e con nettezza dal Pci, Berlinguer era stato tra i più duri, e nel dibattito interno aveva posto il problema di una possibile rottura col Partito comunista dell’Urss e della necessità di preparare il Partito a tale eventualità. Longo aveva espresso una posizione altrettanto severa sull’intervento militare, ma aveva esortato a “stare attenti a non lasciarci spingere fuori dal campo dove vogliamo restare”, il campo legato ai paesi socialisti ma più in generale allo schieramento antimperialista mondiale; e la maggioranza della Direzione aveva concordato col Segretario sulla necessità di non spingere la differenziazione fino alla rottura. Aprendo una riunione di segretari regionali e federali Berlinguer aveva ribadito che le posizioni del Pci ora criticate dai sovietici “sono per noi qualcosa di irrinunciabile […] parte essenziale del nostro patrimonio politico”; bisognava “approfondire le nostre posizioni e al tempo stesso evitare le rotture”, il che poi costituiva “una messa alla prova” della togliattiana unità nella diversità. Il punto era dunque quello di rivendicare con ancora maggior forza rispetto al passato “un sistema […] di rapporti democratici tra tutti i partiti comunisti”, come esigenza stessa della sua crescita e del suo sviluppo su scala mondiale, il che implicava una articolazione di posizioni e anche di opzioni strategiche su cui non si poteva mettere alcun “tappo”.
Roma, circolo Prc “Luigi Longo”, 15 marzo 2014
Buon compleanno, comandante Gallo!
15 marzo 2014: presentazione del libro “Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945)” al circolo Prc “Luigi Longo” di Cinecittà. Poco prima era stata inaugurata la biblioteca popolare Franco Iachini, del circuito biblioteche popolari “Ciro Principessa”, una splendida iniziativa unitaria dei comunisti romani. A conclusione della serata taglio della torta per ricordare la nascita del compagno Luigi Longo, “Gallo”.
Alessandria, 11 marzo 2014

Verbania, 10 marzo 2014

Ricordo di Eugenio Curiel
di G. Pesce del 1995
Mi sbarcarono a Ventotene nel settembre del 1940.
Venivo dal carcere di Alessandria,portavo con me la grande
esperienza raccolta nella guerra di Spagna.Pensavo per questo di essere preparato ad affrontare il mondo difficile dell’antifascismo. Ero molto giovane, avevo fatto il tirocinio politico, oltre che in Spagna, in Francia nel sindacato de…
i minatori e nel PCF. Del partito italiano non sapevo molto, conoscevo ed avevo visto alcuni dirigenti comunisti italiani sui fronti della guerra in Spagna.
Della pratica di partito ero digiuno e questo creava in me imbarazzo e titubanza. Appena sbarcato a Ventotene fui
sospinto con altri deportati verso l’edificio della direzione del confino.Ai lati del tragitto uomini silenziosi ad osservare noi, gli ultimi arrivati. Ci vollero giorni perché potessi rinfrancarmi ed accettare un metodo di vita che non conoscevo.Mi ci vollero giorni per rinfrancarmi e per avvicinarmi ad alcuni dei confinati che mi parvero sospettosi e con i quali non era facile dialogare.
Un giorno si fece avanti un giovane dagli occhi brillanti, molto
educato nell’interloquire. Non l’avevo mai visto prima. Era Eugenio
Curiel. Divenne forse il più importante dei miei maestri della politica.Quando mi parlava le sue parole colpivano il mio animo risvegliando le tendenze tese a capire, a imparare.Curiel fu per me un compagno prezioso, un amico fidato, un maestro.
Egli riusciva a farmi comprendere situazioni e condizioni della
cui esistenza io ero a conoscenza ma delle quali non sapevo spiegarmi né le origini né gli effetti. Ascoltare Curiel non era soltanto apprendere del nuovo sull’azione antifascista.
Ascoltare Curiel era capire il significato dell’economia, le
leggi che la governano e gli aspetti meno chiari della loro influenza
sulla vita dei popoli. E dalle leggi borghesi dell’economia
Curiel passava all’impegno marxista che doveva agire nel profondo
delle rivoluzioni economiche,negli assetti politici, nella cultura.
Per Curiel, per la sua preparazione,per i suoi obiettivi, alla base di tutto stava la cultura; il conoscere, il sapere, l’insegnare erano le basi su cui l’uomo doveva essere preparato per affrontare con possibilità e successo il mutamento profondo. Da un mondo dominato da speculatori,schiavisti ad un mondo libero,
senza speculazioni, senza sfruttamento.Curiel come tutti i bravi
maestri non si limitava a parlarmi,a istruirmi, a dirmi del bene e del
male delle varie posizioni politiche,dei vari metodi di affrontare i problemi che erano sempre tanti e difficili soggettivamente e oggettivamente.Eugenio Curiel era anche un buon
ascoltatore dell’interlocutore, in questo caso da me voleva conoscere,voleva sapere. Un giorno all’improvviso
mi chiese perché avevo deciso a 18 anni di andare in
Spagna a combattere. Io non dissi parola per un breve tratto e anche lui tacque continuando a fissarmi.Uno sguardo che era una domanda la quale esigeva una risposta vera.
Ricordo quel giorno, ricordo anche la mia risposta. Una risposta breve che non parve soddisfarlo perché i suoi occhi continuavano a fissarmi.Ci sono andato – dissi – perché mi sono convinto che un cittadino libero,una coscienza libera dovesse scegliere la strada più incisiva per affrontare il fascismo e il nazismo che stavano montando una campagna infame per la seconda guerra
mondiale. A questo punto Curiel disse: “Questo va bene in linea generale.Tutti noi siamo convinti che in Spagna si giocava una grande partita tra democrazia e dittatura.Ma nei particolari quali sono gli episodi che ti hanno fatto scegliere la Spagna?”.
Rimasi un poco sconcertato e nella mia mente affluirono episodi, nomi,situazioni. Rividi il mio lavoro di tredicenne in miniera, la mia
battaglia nel sindacato, il mio entrare nel Partito. Mi parve di riudire
il discorso della “Passionaria”diffuso dalla radio di Parigi, provai
grande emozione nel riandare alle sue parole: «Se la Spagna democratica sarà sconfitta un torrente di sangue inonderà l’Europa».Mentre pensavo mi accorsi che stavo dicendo quel giorno a Curiel quello che lui voleva sapere di me e
io allora gli dissi del mio sentirmi orgoglioso di aver conosciuto in
terra iberica i grandi dell’antifascismo,grandi come Luigi Longo, Di
Vittorio, Teresa Noce, Rosselli,Nenni, Vittorio Vidali.Curiel mi ascoltava senza emozione apparente, il suo interesse per le
mie parole erano però evidenti e io allora gli raccontai della battaglia di Brunelli di Jarama, della difesa di Madrid.
Quando gli raccontai della battaglia di Guadalajara l’emozione in lui mi parve evidente per le pupille che parevano dilatarsi per quel muovere leggermente le labbra.Continuai a parlare per lungo tempo.La mia esperienza Curiel la raccoglieva perché era sicuramente importante ed inedita perché io ero il primo garibaldino delle Brigate internazionali arrivato a Ventotene.
Una testimonianza diretta la mia. È importante: per il confino o per il carcere, molti garibaldini non avevano potuto essere nelle Brigate. E c’era rimpianto tra molti per quella assenza forzata dai campi di battaglia di Spagna. Da quel mio incontro con Curiel ne derivarono altri. I compagni volevano sapere, volevano sapere mostrando grande interesse per quanto potevamo raccontare.
E questo mi inorgogliva. Mi sentivo partecipe a un importante schieramento antifascista nel quale era possibile operare per un riscatto della democrazia che ci impegnava tutti.E dopo Curiel altri dirigenti parlavano con me e ogni incontro era una lezione di democrazia. Quella fu la mia scuola, la mia università
politica, il mio maturare come uomo e come attivo esponente comunista.Rividi Curiel a Milano durante la esistenza, eravamo in clandestinità.Io a Milano portavo, da Torino,l’esperienza della guerra dei GAP,Curiel andava rafforzando il suo Fronte della Gioventù. Ci incontrammo a Milano, in Corso Manforte.
Ci incontrammo e non ci dicemmo nulla. Ci fu fra di noi soltanto
uno sguardo, uno sguardo che voleva dire: «Compagno, Ti
abbraccio».
Ricordo di Luciano Gruppi
Riprendiamo dal sito http://www.marx21.it un articolo di Simone Grecu sulla figura di Luciano Gruppi, storico direttore e poi presidente della scuola di partito delle Frattocchie
“C’è in molti giovani comunisti uno stile di serietà riflessiva, di maturità e di chiarezza responsabile, che stupisce, se confrontato al tono un pò vacuo, avventato o ciondolone, che è tradizionale di molta gioventù italiana. Sono giovani che, usciti dalla dura scuola che i tempi impartiscono – sia pur con diverso profitto – a ciascuno, son passati alla scuola del Partito, e diventano in breve dirigenti : acquistano quel piglio, quel polso, quella quadratura, quasi non avessero fatto altro da molti anni, o come se tutto in loro da tempo tendesse a farne dei quadri comunisti, o non altro. Un giovane dirigente di questo tipo è Luciano Gruppi, segretario della Federazione di Torino. E’ laureato in filosofia, e questa è una delle chiavi della sua personalità, ma proprio in un senso che smentisce nel modo più assoluto il concetto che dei filosofi s’ha volgarmente. Tutto in Gruppi è esattezza logica, ragionamento filato, rigore razionale: un matematico, potrebbe anche essere, se i numeri non fossero entità troppo astratte per il suo bisogno di concretezza.”
Pescara, 27 febbraio 2014
Sui fatti di Ungheria*
di Palmiro Togliatti
* “Rinascita”, ottobre 1956. Testo tratto da: Il Pci e il 1956. Scritti e documenti dal XX Congresso del PCUS ai fatti di Ungheria, a cura di A. Hobel, Napoli, La Città del sole, 2006, pp. 127-130
Molto gravi, estremamente gravi, i fatti di questi giorni in Ungheria. Errore estremamente grave sarebbe, da parte nostra, il non riconoscerlo. Deriva da essi la necessità di un giudizio critico attento, serio, severo. Deriva però anche un’altra necessità, ed è che il militante del nostro movimento e, più in generale, il combattente per la democrazia, per il socialismo e per il comunismo, non si lasci né sorprendere, né ingannare e sopraffare dalla ondata reazionaria, anticomunista, antisocialista e antisovietica, che cerca nella confusione degli avvenimenti, di trascinare l’opinione pubblica dietro di sé.
Per un giudizio critico completo ci mancano ancora troppi elementi. Quello che a noi sembra certo, per il momento, è che tanto in Polonia quanto in Ungheria ci si trova di fronte a un incomprensibile ritardo dei dirigenti del partito e del paese nel comprendere la necessità di attuare quei mutamenti e prendere quelle misure che la situazione esigeva, di correggere errori di sostanza che investivano la linea seguita nella marcia verso il socialismo. In Polonia si è corso il rischio di perdere il controllo della situazione; in Ungheria lo si è, palesemente, perduto […]. Ma perché si è ritardato? La ricerca è complessa. I dirigenti di tutto il movimento comunista furono senza dubbio presi alla sprovvista, non dalla linea politica del XX Congresso del PCUS, rispondente alla situazione che sta davanti a noi, ma dal grave peso della rivelazione degli errori fatti da Stalin. Non si comprese subito che queste rivelazioni e la giusta critica che ne veniva derivata, dovevano essere il punto di partenza di una elaborazione altrettanto critica e di una nuova creazione politica, che scoprissero con coraggio gli errori compiuti nei paesi dove i comunisti sono al potere e con energia ne iniziassero la correzione. Di questo invece vi era prima di tutto bisogno, per far fronte alla nuova situazione che sta davanti a noi, e che non è più quella di un vasto campo assediato e spinto dal nemico quasi sull’orlo di una guerra, ma è quella di un sistema di Stati socialisti che debbono svilupparsi liberamente, con un nuovo ritmo di vita interiore, in un rinnovato sistema di rapporti esterni, ma sulla base di una ferma solidarietà e di una valida cooperazione tra di loro. Di qui il ritardo, che non vi è stato là dove un forte partito, come quello cinese, per esempio, già si era posti e aveva giustamente risolti questi problemi, ma vi è stato altrove, dove, mentre si indugiava nelle mezze misure, si dava però libero sfogo ai sentimenti e ai risentimenti senza giungere a una soluzione politica ad essi adeguata e anche per questo motivo la situazione e il malcontento diventavano certamente più gravi di quanto corrispondesse al peso degli errori e dei difetti che si dovevano e si debbono correggere.
Questo secondo elemento ci sembra sia intervenuto in modo particolarmente grave in Ungheria, creando una situazione non solo contraddittoria, ma persino incomprensibile. Non si può, da una parte, tenere determinati uomini a capo del paese e del partito, dall’altra parte condurre una permanente, assillante agitazione che li accusa di tutti i mali. E l’agitazione è stata continua, e per giunta è stata tale che distruggeva tutto il passato e tutto il presente, senza peraltro elaborare in modo critico e serio nessun problema, né offrire subito un terreno concreto di azione. In questo modo si mobilitavano ed esasperavano i sentimenti, senza che intanto nulla di efficace venisse fatto per dare ad essi una soddisfazione all’infuori di atti destinati ad accrescere ancor di più la esasperazione. Si è così contribuito in modo irresponsabile, da una parte e dall’altra, a creare le condizioni di uno sfacelo.
Come, concretamente, si sia inserita nella situazione la sommossa armata, non sappiamo ancora in modo del tutto esatto. Ma la sommossa è cosa ben diversa da qualsiasi dibattito e da qualsiasi confusione, e soprattutto una sommossa, a quanto sembra, organizzata, che ha una sua ben elaborata tattica, obiettivi precisi, e non finisce quando, nell’ambito del regime esistente, sono attuate misure tali che garantiscono nel modo più ampio un indirizzo politico del tutto nuovo. Alla sommossa armata, che mette a ferro e fuoco la città, non si può rispondere se non con le armi, perché è evidente che, se ad essa non viene posto fine, è tutta la nuova Ungheria che crolla. Per questo è un assurdo politico, giunti a questo punto, volersi porre al di sopra della mischia, imprecare o limitarsi a versare lacrime. La confusione creatasi era tale che hanno aderito alla sommossa lavoratori non controrivoluzionari. L’invito rivolto alle truppe sovietiche, segno della debolezza dei dirigenti del paese, ha complicato le cose. Tutto questo è molto doloroso, tutto questo doveva e forse poteva evitarsi, ma quando il combattimento è aperto, e chi ha preso le armi non cede, bisogna batterlo. Spettava e spetta alla parte che difende il potere socialista costituito, cioè alla parte governativa, compiere i passi anche politici necessari a dividere i nemici aperti, le forze controrivoluzionarie dichiarate, dai lavoratori lasciatisi trascinare su un terreno che non può essere il loro e quindi atti a salvare la situazione. A noi spetta soltanto non perdere il senso della realtà politica e di classe. Sappiamo che l’Ungheria, come tutti i paesi socialisti, è oggetto da anni di un continuo, martellante intervento. La parola d’ordine e la promessa della «liberazione dal socialismo» sono state strombazzate dai governi imperialistici come uno dei cardini della loro politica. E le ha accompagnate una agitazione incessante, condotta con tutti i mezzi possibili, verso un paese dove le vecchie classi reazionarie conservano le loro radici e le loro speranze. Il successo della sommossa non avrebbe potuto portare ad altro che alla soddisfazione di queste speranze, cioè a una restaurazione reazionaria. Non contano le parole, e contano poco anche le intenzioni dei lavoratori trascinati alle armi dalla confusione generale. Anche nel 1919 le truppe dell’Intesa che schiacciarono la Repubblica sovietica ungherese avevano scritto sulla bandiera libertà e democrazia. Poi si vide come andarono le cose[1].
La prima esigenza per noi, dunque, a parte i giudizi che preciseremo o correggeremo sulla base della conoscenza completa dei fatti, è di non lasciarci trascinare, sotto nessun pretesto, dalla corrente rumorosa e sfacciata che, nelle forme oggi più adatte a sfruttare la commozione suscitata in tutti dalla tragicità degli eventi, esprime soltanto la vecchia politica imperialistica della «liberazione» dal potere popolare e dal socialismo. Nei paesi socialisti si sono commessi errori anche gravi: vi sono difetti da correggere occupando posizioni nuove, seguendo nuove linee politiche e nuovi metodi di amministrazione. Non poniamo alcuna riserva a questa necessità, che deve essere rapidamente soddisfatta. Tra i primi lo abbiamo compreso, enunciato, sostenuto con la più grande chiarezza. Ma tra questo […] e la sostituzione alla critica non solo dell’insulto incomposto, ma di giudizi precipitosi o grotteschi, per cui i regimi popolari e socialisti diventano qualcosa di simile al fascismo, e qualcosa di simile a un paese imperialista l’Unione Sovietica, ci passa la differenza che passa tra la notte e il giorno. Un comunista non farà mai la minima concessione a posizioni siffatte. I regimi popolari e socialisti non si distinguono soltanto perché diversa è in essi la struttura economica, e quindi sociale, ma per quello che hanno realizzato, nel campo economico, nel campo politico e nel campo sociale, e che hanno realizzato con l’aiuto dell’Unione Sovietica. Si tratta di paesi che gli imperialisti – e non solo durante la guerra fredda, ma anche ora – hanno cercato e cercano di sconvolgere e strozzare, e che solo nell’Unione Sovietica hanno trovato comprensione e un appoggio materiale tale che sul bilancio stesso dell’Unione Sovietica ha pesato in modo assai grave. È il XX Congresso che ha indicato la necessità delle critiche e delle correzioni. I compagni sovietici non possono che essere d’accordo con esse, né tocca a loro, del resto, attuarle in paesi diversi dal loro. Se vi si opponessero, sbaglierebbero e noi lo diremmo loro apertamente, perché pensiamo che un nuovo sviluppo autonomo dei paesi socialisti non può che rafforzare questi paesi e quindi andare a vantaggio di tutto il mondo socialista, Unione Sovietica compresa.
Questa è la nostra posizione, che non concede nulla ai nemici del socialismo, che non deve mai attenuare la vigilanza contro i nemici di classe, e, quando sono in corso avvenimenti drammatici come quelli d’Ungheria, ci consiglia di non perdere la testa, di guardare alla sostanza delle cose, di non lasciarci dominare da reazioni unilaterali e sentimentali, né trascinare in uno schieramento che non è il nostro.
[1] Nel 1919, pochi mesi dopo la costituzione di un governo dei soviet, in Ungheria avevano prevalso le forze controrivoluzionarie, anche grazie al contributo di truppe francesi e rumene. Il regime autoritario dell’ammiraglio Horthy, basato sulla persistenza della grande proprietà terriera e su un ordinamento agrario di tipo feudale, con forti tinte antisemite, giungerà infine all’alleanza con la Germania nazista.
Intervista sul libro “Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945)”
Intervista di Lanfranco Palazzolo ad Alexander Höbel, andata in onda su Radio radicale il 16 febbraio 2014.
per ascoltare clicca qui
Novantesimo della nascita de “L’Unità”
In occasione del novantesimo anniversario della nascita de “L’Unità”, rilanciamo l’articolo di Francesco Giasi sulla lettera di Gramsci nella quale il dirigente comunista esponeva il progetto del nuovo giornale e con esso le nuove linee guida di azione del Partito.
GRAMSCI E IL “GIALLO” DELLA LETTERA
di Francesco Giasi, Vicedirettore della Fondazione Istituto GramsciIl 21 settembre 1923 la polizia irruppe in un appartamento della periferia di Milano arrestando i principali dirigenti del Pci sino ad allora scampati alla repressione di Mussolini. Tra gli arrestati vi erano Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Alfonso Leonetti, futuro direttore de L’Unità.
“Enrico Berlinguer. La serietà della politica”
Luigi Longo nella storia del Pci
di Alexander Höbel
1. “Nella vita di Longo si riflette la storia del Partito”. Così scriveva Palmiro Togliatti sull’“Unità”, in occasione del sessantesimo compleanno del “comandante Gallo”. E nel discorso commemorativo tenuto nel 1980, Berlinguer ribadiva: “Del Partito comunista italiano Longo è stato costruttore e figlio al medesimo tempo, testimoniando che cosa sia e debba essere un vero comunista e un autentico rivoluzionario”[1].
[1] Togliatti: “Nella vita di Longo si riflette la storia del Partito comunista italiano”, “l’Unità”, 16 marzo 1960; E. Berlinguer, Luigi Longo, un protagonista della storia italiana ed europea, “Il Calendario del popolo”, n. 425, p. 7486.
Viareggio, sabato, 8 febbraio, II incontro del ciclo “Il PCI nel secolo breve. Dal primo dopoguerra alla caduta del muro di Berlino”
Incontro del ciclo “Il PCI nel secolo breve. Dal primo dopoguerra alla caduta del muro di Berlino”
Intervengono
prof. Alexander Höbel
Storico, coordinatore del Comitato scientifico dell’associazione Marx XXI
Fabrizio Bianchi
Associazione Marx XXI – circolo Camilla Ravera
Nel corso del dibattito sarà presentato il libro “Luigi Longo, una vita partigiana (1900 – 1945)” di Alexander Höbel
Gramsci e la Costituente. Dall’Aventino alla Liberazione
di Alexander Höbel
Relazione tenuta al convegno del Centro Gramsci di Educazione “Gramsci pensatore unitario contemporaneo”, Roma, 27 giugno 2013
1. Premessa
Uno dei cavalli di battaglia del revisionismo storico – di destra e di sinistra – relativo ad Antonio Gramsci consiste nel separare la figura e l’opera del rivoluzionario sardo dalla vicenda storica del suo partito, presentandoli appunto come due cose a sé stanti e cancellando la strettissima connessione esistente tra loro. In questa fantasiosa narrazione, Gramsci appare come un grande pensatore, in fin dei conti, a partire almeno dagli anni del carcere, staccato dalle vicende reali della sua epoca, e privo di una reale influenza su quel Partito comunista di cui pure era uno dei principali dirigenti. In questo modo, cose che sembravano assodate fino a pochi anni fa – l’influenza appunto della elaborazione gramsciana nella politica del Pcd’I dal Congresso di Lione in avanti e poi l’importanza della riflessione dei Quaderni, e in primis della strategia dell’egemonia, sulla vicenda del partito nuovo togliattiano – vengono del tutto rimosse, quando non trasformate nel loro contrario, ossia nell’affermazione di un dissenso radicale di Gramsci rispetto alla politica del suo partito almeno dalla seconda metà degli anni Venti e di una totale discontinuità tra la sua impostazione e quella del Pci post-bellico.
IL PARLAMENTO SPECCHIO DEL PAESE di Palmiro Togliatti
Ripubblichiamo il discorso alla Camera di Palmiro Togliatti contro la “legge truffa”, di straordinaria attualità di fronte agli attuali progetti di riforma elettorale ultra-maggioritari.
Discorso tenuto alla Camera il 7 dicembre 1952 contro la “legge truffa” presentata dal ministro dell’Interno Scelba
[…] La Costituzione sancisce che l’Italia è una Repubblica democratica, e dal concetto che fa risiedere nel popolo la sovranità deriva il carattere rappresentativo di tutto il nostro ordinamento, al centro del quale stanno le grandi Assemblee legislative, la Camera e il Senato della Repubblica, a cui tutti i poteri sono coordinati e da cui tutti i poteri derivano. […] Questo è il nostro ordinamento, questo e non altro. È evidente che in siffatto ordinamento l’elemento che si può considerare prevalente, e che certamente è essenziale, è la rappresentatività. È un elemento essenziale per ciò che si riferisce ai rapporti tra i cittadini e le assemblee supreme dello Stato. Ma che vuol dire che un ordinamento costituzionale sia rappresentativo? I dibattiti dottrinali sul contenuto giuridico di questo concetto – e i colleghi che hanno frequentato le università giuridiche come studenti o che tuttora le frequentano come professori lo sanno meglio di me – sono stati infiniti. Li lascio in disparte perché ritengo giusta l’opinione che se questi dibattiti davano scarso aiuto per il progresso delle dottrine politiche, ciò derivava dal fatto che in essi si confondevano rapporti di diritto privato con rapporti di diritto pubblico. Non possono confondersi i rapporti di rappresentanza e di mandato, quali sono definiti dal codice e dalle leggi civili, con il mandato e la rappresentanza politici. Si tratta di cose diverse. Il più noto e grande dei nostri costituzionalisti moderni, dopo aver dibattuto a lungo questo problema, giunge alla conclusione, che mi sembra la sola esatta, che nel diritto pubblico non si arriva a capire le cose se non si tiene continuamente presente la storicità dei fatti e del diritto stesso.
Lo so che una volta fui aspramente rimbrottato da quella parte, perché la nostra visione del mondo sarebbe storicistica. […] Vorrei replicare, ad ogni modo, che è vero, sì, che la nostra visione del mondo è storicistica, ma che non bisogna mai dimenticare che cosa ciò vuol dire e che cosa è la storia. La storia è l’umanità nel proprio sviluppo. La storia è l’uomo, quale si afferma e realizza nelle sue relazioni e con la natura e con la società. […] Se guardiamo, allora, alla storia, incontriamo all’inizio e partiamo da una visione della rappresentanza come istituto di diritto privato, nel senso che essa riguarda la tutela, attraverso un delegato o mandatario, di determinati interessi di gruppi precostituiti. Di qui la composizione bizzarra, ma in quel momento storicamente giustificata, data l’organizzazione della società, dei parlamenti medioevali. Qualcosa di questa composizione rimane anche in alcuni ordinamenti che pretendono di presentarsi come costituzionali e rappresentativi, ma non lo sono. Alludo alle assemblee rappresentative elette secondo il principio della curia, applicando il quale si ha in partenza una schiacciante maggioranza di “deputati” delle classi possidenti e una minima rappresentanza di operai, di contadini, di lavoratori. Ho voluto ricordare questa bizzarra forma di degenerazione di una istituzione che dovrebbe essere rappresentativa, perché è quella che maggiormente rassomiglia al sistema che viene proposto qui dall’onorevole Scelba. Non vi è dubbio, infatti, che la visione che traspare dalla legge in discussione ci prospetta un Parlamento diviso in curie, non più secondo un criterio economico o sociale, ma secondo un criterio politico. Precede alla elezione del Parlamento un’azione del governo per riuscire, partendo dai dati delle precedenti consultazioni, a raccoglier determinate forze politiche a proprio appoggio. A questo gruppo è quindi già assegnato, prima che si sia proceduto alle elezioni, un numero fisso di mandati, e un numero fisso e ridotto di mandati è assegnato, in modo precostituito, agli oppositori del governo. A questo ci vorrebbe riportare l’onorevole Scelba: al Parlamento eletto per curie. Ed è peggio, direi, il Parlamento per curie ordinate secondo un criterio politico che non secondo un criterio economico, perché scompare qualsiasi base oggettiva della differenziazione. Unica base rimane la volontà sovrana del potere esecutivo.
Tutti però, finora, sono stati d’accordo che un siffatto sistema di scelta degli organi rappresentativi non ha nulla a che fare non dico con la democrazia, ma neanche con il liberalismo. I parlamenti liberali, quando sorgono, affermano il principio della rappresentanza politica, il quale “si fonda – è ancora Vittorio Emanuele Orlando che parla – sull’ipotesi che i bisogni e i sentimenti politici dei cittadini abbiano una maniera diretta, esterna di manifestarsi”. Queste manifestazioni vengono raccolte; da esse esce la rappresentanza di tutto il paese. Ed ecco subito un altro concetto non facile a districare, quello che definisce la natura nostra, di deputati in quanto rappresentanti. Noi siamo, si, rappresentanti dei nostri elettori. Nessuno lo può negare: essi si rivolgono a noi, ci inviano lettere, ci sottopongono quesiti; ad essi parliamo, con essi esiste un legame particolare. Ciascuno di noi però – e la Costituzione lo afferma – rappresenta tutto il paese. Nel dibattito intorno a questo concetto, l’estensore della relazione a questo disegno di legge fa naufragio. Mi rincresce doverglielo dire e sottolineare: fa naufragio.
La realtà è che nello sviluppo della scienza del diritto pubblico il fascismo ci ha spinti molto all’indietro. Quando noi oggi andiamo a rivedere i testi e i trattati di diritto costituzionale che andarono per la maggiore durante il fascismo, siamo costretti a inorridire. Ci troviamo di fronte a tale mostruosa contorsione di concetti, a tali bizzarri travestimenti di idee un tempo chiare, per cui comprendiamo come oggi chi oggi appartenne a quella schiera non possa comprendere nulla. Quanto male, onorevole Tesauro, ci ha fatto il fascismo! Perché, veda, c’è stato chi al fascismo – e fu il re – sottomise la nazione, sacrificandogli la carta costituzionale. Vi è stato un onorevole De Gasperi che al fascismo sacrificò il proprio partito, mandandolo disperso. Vi è stato chi ha sacrificato al fascismo interessi vitali del popolo, e così via. Tutti, dunque, hanno peccato, tutti coloro che sottomisero al fascismo ciò che era degno di vivere per sé, che aveva un valore, che doveva essere difeso fino all’ultimo; ma chi ha sottomesso al fascismo il pensiero, la scienza, ha commesso il peccato più grave. Lei ha peccato contro lo spirito, onorevole Tesauro, e questo peccato non è remissibile. Lei lo sa! La difficoltà da cui Ella non è riuscito a districarsi è di comprendere come mai il deputato, eletto da un gruppo di cittadini, sia rappresentante di tutto il paese. Sono nato a Genova, mi hanno eletto a Roma, rappresento tutta l’Italia. Come mai? Perché? Questo non si comprende, se non si guarda a tutto lo sviluppo del sistema. La cosa – dice sempre Vittorio Emanuele Orlando -, cioè la rappresentanza come tale, è una nozione che non presenta difficoltà se si riconduce a un “fatto esterno e visivo”. Qui affiora, attraverso questa ardita semplificazione, il concetto giusto, che è in pari tempo, vedremo subito, il concetto nuovo della rappresentanza politica e, quindi, dell’ordinamento costituzionale rappresentativo. Curioso! Questo concetto nuovo venne formulato la prima volta più di 150 anni fa, nell’Assemblea nazionale francese, nel 1789, dal conte di Mirabeau. “Le assemblee rappresentative – diceva – possono essere paragonate a carte geografiche, che debbono riprodurre tutti gli ambienti del paese con le loro proporzioni, senza che gli elementi più considerevoli facciano scomparire i minori”. Ecco il concetto nuovo, per cui la rappresentanza viene ridotta quasi a un elemento visivo, e quindi immediatamente compresa nel suo valore sostanziale.
A questo concetto si riferiscono i grandi pubblicisti il cui pensiero, successivamente, contribuisce a far progredire tutto il sistema delle istituzioni liberali e democratiche. Ecco Cavour, per il quale “il grande problema che una legge elettorale deve risolvere si è di costituire un’assemblea che rappresenti, quanto più esattamente e sinceramente sia possibile, gli interessi veri, le opinioni e i sentimenti legittimi della nazione”1. Potrei abbondare nelle citazioni. Desidero osservare che esse vengono anche da uomini che non furono di parte democratica avanzata o di parte liberale del tutto conseguente. Ecco il barone Sidney Sonnino, per esempio. “L’Assemblea elettiva – egli dice – dovrebbe stare alla intiera cittadinanza nella stessa relazione che una carta geografica al paese che raffigura. Come le carte si fanno in proporzione di 1 a 20 mila o di 1 a 50 mila, così la Camera dovrebbe potersi dire il ritratto fotografico della nazione, dei suoi interessi, delle sue opinioni e dei suoi sentimenti, nella proporzione del numero dei deputati ai numero dei cittadini”2. Così si arriva alla visione, insita fin dall’inizio nella concezione degli istituti rappresentativi, ma elaborata pienamente con una certa lentezza, del Parlamento come specchio della nazione. Fu un costituzionalista inglese, il Lorrimer, che per primo formulò questa idea nel titolo stesso di un suo trattato famoso che parla del Costituzionalismo del futuro o del Parlamento come specchio della nazione3 . Un filosofo inglese, Stuart Mill, sviluppando lo stesso concetto, nel suo scritto assai noto di Considerazioni sul governo rappresentativo, asseriva, con piena coscienza, che, arrivati a questo concetto, arrivati cioè a stabilire questa proporzionalità fra la rappresentanza e il paese, si giunge a dare “al governo rappresentativo un lineamento che corrisponde al suo periodo di maturità e di trionfo”4. Ruggero Bonghi, da noi, in un articolo sulla Nuova antologia del 16 gennaio 1889, incalzava affermando che se si riesce a ottenere che una nazione si specchi “tutta com’è e quanta è nel suo Parlamento”, allora “il governo rappresentativo sarà assicurato in perpetuo”.
Dal Parlamento liberale, per quale ancora poteva prevalere il vecchio principio del diritto pubblico romano, valido per le decisioni ma non per la rappresentanza, che volontà della maggioranza è volontà di tutti, si giunge così, non per ciò che si riferisce al diritto di decisione, che sempre è della maggioranza, ma per ciò che si riferisce alle basi dell’istituto rappresentativo, ad asserire il grande principio nuovo. E veramente qui si apre un nuovo periodo storico: passiamo dall’epoca liberale all’epoca democratica, dai parlamenti liberali passiamo ai parlamenti e agli ordinamenti democratici. La natura di questo passaggio è chiara, sia nella scienza che nello sviluppo storico. Occorre dire che i costituzionalisti non erano partiti, nella loro indagine, dalla ricerca di un principio nuovo. Erano partiti, piuttosto, da una ricerca di equità. Il Guizot, che esprime questa ricerca di equità nel modo più chiaro, lo asserisce: “Se la maggioranza è spostata per artificio, vi è menzogna; se la minoranza è preliminarmente fuori combattimento, vi è oppressione. Nell’un caso e nell’altro, il governo rappresentativo è corrotto”5. Partiti dalla ricerca dell’equità non si poteva però non arrivare alla elaborazione di tutta una nuova concezione politica. Lo sviluppo storico seguiva, d’altra parte, lo sviluppo del pensiero, che lo accompagnava e rischiarava. E’ uno sviluppo storico che comprende tutto il secolo XIX e nel quale gli anni decisivi furono il 1848 e il 1871. Il 1848 è l’anno in cui appare sulla scena per la prima volta in modo autonomo una classe, la classe operaia, che rivendica non soltanto una rappresentanza e quindi una parte del potere, ma collega questa rivendicazione al proprio programma di trasformazione sociale. Nel 1871 la classe operaia va assai più in là della rivendicazione di una parte del potere per se stessa. Essa afferma la propria capacità di costruire un nuovo Stato. Questi grandi fatti storici si impongono all’attenzione di tutti. Agli uomini politici di più chiaro spirito liberale e democratico essi indicano la necessità di fare quel passo che separa i parlamenti liberali dai parlamenti democratici rappresentativi. Di non accontentarsi cioè di dire che la maggioranza rappresenta l’opinione generale, anche quella della minoranza, ma di costruire un organismo nel quale si rispecchi la nazione, sperando e augurando che questo consenta uno sviluppo progressivo senza scosse rivoluzionarie.
La rivoluzione operaia del giugno 1848 è soffocata nel sangue. Sull’atto di nascita del regime borghese, istallatosi in Francia dopo il secondo crollo napoleonico, sta la macchia di sangue delle fucilate con le quali venne fatta strage degli eroici combattenti della Comune. E’ una macchia indelebile. Si spegne l’eco delle fucilate, ma resta odor di polvere nell’aria! Il movimento operaio si afferma, va avanti. Il problema è posto, bisogna progredire, bisogna tener conto delle forze nuove che si affermano. Per questo vi è chi comprende che ormai è necessario forgiare l’ordinamento dello Stato in modo che consenta questo progresso e lasci che queste forze, nello Stato stesso, si possano affermare. Per questo il sistema di rappresentanza proporzionale delle minoranze nel Parlamento, che è l’approdo tecnico del movimento, può veramente essere definito il punto più alto che sino ad ora è stato toccato dalla evoluzione dell’ordinamento rappresentativo di una società divisa in classi. Così lo hanno sentito tutti i nostri politici, e non solo quelli che ho già citato. Filippo Turati, quando propose, nel 1919, di passare alla rappresentanza proporzionale, asseriva per questo che la sua proposta aveva un valore storico. Sidney Sonnino si richiamava apertamente, nel proporre e difendere la proporzionale, al fatto storico della Comune. Si trattava di dare una impronta definitiva di democraticità, di rappresentatività e di giustizia all’ordinamento costituzionale dello Stato, nel momento in cui il movimento sociale non può più essere soppresso con la forza.
Naturalmente, il modo in cui si realizza il principio non è uniforme […]. Lo so. Non è stato trovato ancora un modo di avere la perfetta proporzionalità della rappresentanza. Rimane sempre un certo scarto tra la realtà del paese e la rappresentanza nella Camera, a seconda che si adotti un determinato sistema di conteggio dei voti e dei rappresentanti in rapporto ai voti, oppure un altro sistema. Ma questo non ha niente a che fare con l’abbandono del principio. Quello che interessa è il principio. Il principio per cui noi siamo rappresentanti di tutto il paese nella misura in cui la Camera è specchio della nazione. Dello specchio, veramente, si può dire che ogni parte, anche piccolissima, di esso, è eguale al tutto, perché egualmente rispecchia il tutto che gli sta di fronte. Qualora il principio venga abbandonato, è distrutta la base dell’ordinamento dello Stato che la nostra Costituzione afferma e sancisce.
Quali sono, ora, le conseguenze che debbono derivare da questa nozione dell’ordinamento costituzionale rappresentativo? Prima conseguenza è l’uguaglianza del voto, che la nostra Costituzione solennemente stabilisce, e l’uguaglianza del voto non può ridursi al fatto che tutte le schede siano eguali, messe nell’urna con lo stesso gesto della mano. Non si tratta di questo. L’uguaglianza deve essere nell’effetto che ha il voto per la composizione dell’assemblea come specchio della nazione. Se non vi è questa uguaglianza, cioè l’uguaglianza negli effetti, non vi è più sistema rappresentativo, vi è un’altra cosa, si ritorna addietro. Di qui deriva, poi, la funzione politica del Parlamento. Soltanto quando il Parlamento sia organizzato come specchio della nazione, in modo oggettivamente rappresentativo, esso può diventare e diventa quel centro di elaborazione della vita e dell’indirizzo politico della nazione, che esclude o dovrebbe escludere le sopraffazioni, gli scontri violenti, gli urti sanguinosi, le rivoluzioni. Anche in questa concezione del parlamentarismo vi è fra i politici una unanimità che va da Turati ad Amendola, dai vecchi rappresentanti del partito popolare ai liberali più in vista del secolo scorso e del secolo attuale. Secondo la legge attuale, la fisionomia del Parlamento diventa un’altra, diventa quella che Giovanni Amendola (e mi riferisco a lui perché la sua formulazione è particolarmente evidente) prevedeva respingendo la legge Acerbo. “Non esiste, disse, una maggioranza precostituita. Il paese è costituito da tante forze, di tante unità morali quanti sono i partiti, i gruppi, le tendenze. Ognuna di queste forze, ognuna di queste unità non può da sola avere la maggioranza. Ma esiste la possibilità della costituzione di un edificio più complesso, nel quale le singole volontà, le singole idealità entrino, non già per sovrapporsi meccanicamente e per determinare una coalizione morta, ma per essere un elemento necessario alla vita e all’unità del governo, capace di manifestarsi in un’azione governativa”. Ecco la visione delle funzioni dell’istituto parlamentare che corrisponde alla esatta concezione dell’assemblea rappresentativa e del modo come essa deve corrispondere alla struttura del paese […].
Vi è poi un ultimo richiamo che pur occorre fare […]. La nostra Costituzione è una delle poche che […] introduce nel quadro costituzionale il partito politico e gli attribuisce determinati diritti in rapporto con determinati doveri. Al partito politico è attribuito il diritto di partecipare a determinare la politica nazionale con metodo democratico. E’ evidente che il metodo democratico esclude l’anatema […] contro un partito, qualunque esso sia, a meno che non sia il ricostituito partito fascista, e che è la sola esplicita eccezione. Tutti i partiti politici hanno dunque questo diritto, e hanno la facoltà di esercitarlo in modo eguale. Essi debbono partecipare in modo eguale a determinare la politica nazionale. Quando però voi abbiate messo un gruppo di partiti nelle condizioni in cui li vorrebbe mettere la legge Scelba (e in questo momento prescindo dalla qualificazione di questi partiti, siano essi di sinistra, di destra o di centro), partecipano essi ancora, con metodo democratico e con eguaglianza di diritti, alla determinazione della politica nazionale? No, una parte dovranno diventare partiti propagandisti, potranno usare della tribuna parlamentare come mezzo di propaganda; ma il principio nuovo che tutti i partiti partecipano a determinare la politica nazionale scompare, è cancellato. La Costituzione è violata, la Costituzione è messa sotto i piedi […]. In conseguenza di tutto questo e assieme con tutto questo (e forse non se ne sarebbero accorti tutti, se non fosse intervenuto l’estensore della relazione di maggioranza a particolarmente e imprudentemente sottolinearlo) da questa legge si modificano i rapporti che passano tra la base dello Stato, che è il popolo, nel quale risiede la sovranità, e il governo, attraverso le assemblee rappresentative. Il carattere stesso del governo qui viene cambiato.
Che cosa è il governo? E’ la espressione della maggioranza. Chi designa il governo, chi registra la maggioranza? Il Parlamento. Dove si forma la maggioranza? Nel Parlamento. Anche questa è una nozione elementare. Soltanto in questo caso un ordinamento costituzionale è parlamentare. Ricordatevi le discussioni che avemmo alla Costituente, quando si trattò di scegliere tra un regime parlamentare e un regime non parlamentare. A grande maggioranza e senza esitazione scegliemmo un regime parlamentare, cioè volemmo un ordinamento costituzionale nel quale la maggioranza e quindi il governo e la designazione di esso uscissero dalle assemblee rappresentative, che debbono essere a loro volta lo specchio della nazione. Con questa legge Scelba le cose cambiano, e cambiano radicalmente, come del resto cambiavano già con la legge Acerbo. Anche qui, onorevole Tesauro, il fatti si corrispondono… TESAURO (relatore per la maggioranza): non è esatto! TOGLIATTI: attenda, e mi scusi se faccio qualche volta il suo nome. Veda, quando tra i presenti a un’assemblea si muove uno spettro, è inevitabile che quello spettro attiri l’attenzione e ad esso ci si rivolga. Onorevole Tesauro, lei qui è lo spettro del regime fascista […]. Giovanni Amendola, nel suo così profondo discorso sulla legge Acerbo, già aveva rilevato il punto cui in questo momento mi voglio riferire, e la cosa era evidente: “Con la legge in discussione, diceva, noi trapiantiamo nel campo elettorale il problema più propriamente politico, cioè quello della costituzione della maggioranza. Si richiede al paese direttamente di designare la maggioranza, di investirla della facoltà di governare. Noi arriviamo, attraverso queste formule dissimulate, le quali tuttavia non possono nascondere la sostanza, al governo plebiscitario”. L’estensore della relazione di maggioranza non poteva confermar questo, a proposito della legge Scelba, in modo più chiaro, e forse non si è nemmeno accorto di dire enormità quando è giunto a scrivere che “la singolarità del sistema proposto non sta, di conseguenza, nell’introdurre il principio del potere conferito alla maggioranza, principio già accolto dal nostro come da altri ordinamenti democratici, ma nel determinare che la maggioranza, alla quale spetta il potere, non è quella voluta dagli eletti al Parlamento, ma quella che al Parlamento è indicata dallo stesso corpo elettorale”.
Qui usciamo dall’ordinamento parlamentare, qui siamo in regime plebiscitario, qui si modifica e perfino si confessa di modificare un altro dei lineamenti fondamentali del nostro ordinamento costituzionale. A questo punto mi si permetterà di inserire un’osservazione relativa al tema politico di fondo. L’argomento con il quale tutto si volle giustificare al tempo della legge Acerbo, e tutto si cerca di giustificare anche ora, è che sia necessario fare queste violazioni della Costituzione per creare una possibilità di buon funzionamento delle Assemblee. È evidente che le Assemblee debbono funzionare, chi lo nega? Le Assemblee non possono funzionare se non vi è una maggioranza, perché solo da una maggioranza sorge un governo, anzi da una maggioranza sorge anche il potere supremo del Presidente della Repubblica, per cui voi, proponendo questa legge, tendete a modificare anche la figura del Presidente. Ripeto, nessuno nega che vi debba essere una maggioranza e che si debba governare fondandosi sopra una maggioranza. Però, come si risolve questo problema? In regime parlamentare questo problema si risolve nell’Assemblea parlamentare, attraverso la capacità politica di colui il quale governa.
Voi avete avuto nel 1948, il 18 aprile, la maggioranza per il Parlamento. La vostra maggioranza, anzi, è stata nel Parlamento leggermente superiore a quella che avevate nel paese. Non ne facciamo questione, perché ciò derivava da imperfezioni che sono di tutti i sistemi elettorali rappresentativi. Il nostro sistema elettorale non era però allora preordinato per costituire una maggioranza e per far eleggere dal paese il governo. Comunque: avete avuto il governo e avete governato. Bene o male? È problema politico. Oggi avete ancora quella maggioranza? Se l’avete ancora, a che scopo una legge come questa, che sovverte l’ordinamento costituzionale dello Stato? Prendetevi un’altra volta la maggioranza, se affermate di averla, e cercate di governare meglio di quanto non abbiate governato finora, mi auguro io, nell’interesse dei lavoratori italiani e di tutta l’Italia. Se non avere più quella maggioranza, ciò nondimeno continuate a essere una forza notevole nel paese, come nessuno nega nel momento attuale. Accettate di essere nell’Assemblea quello che siete nel paese in realtà. Allora, quando il Parlamento sarà specchio reale di quello che è il paese, proprio allora dovrà manifestarsi la vostra capacità politica, si vedrà cioè se abbiate o non abbiate quel tanto di capacità e di onestà, per cui dovete tener conto dell’esistenza e della forza di determinate minoranze, tener conto che esse rappresentano un bisogno, un interesse, un programma, una spinta ideale non trascurabili e non sopprimibili. Voi questo problema lo volete scartare. Forse perché sia in voi la coscienza di non avere uomini atti a risolverlo? Può darsi. Non nego che sia nei vostri dirigenti questa coscienza. Ma l’ordinamento costituzionale è quello che è. E’ rappresentativo, non plebiscitario. Non potete spingerci addietro, a un regime plebiscitario, dal quale uscirebbe non più un ordinamento democratico, ma, per il primo istante, uscirebbe un regime oligarchico. Oligarchia infatti è quell’ordinamento, nel quale è precostituito il gruppo che deve governare; e voi l’avete precostituito, servendovi dei mezzi a disposizione del potere esecutivo, e che non voglio più né definire né qualificare […].
Roma, 6 febbraio, “Da Porta Nuova a corso Traiano”
Venerdì, 31, ore 17. Una prima iniziativa a Napoli dell’associazione “Futura Umanità. Per la storia e la memoria del Pci”

“Gramsci e la strategia dell’egemonia”
Iniziativa dell’associazione culturale Marx XXI – Viareggio 11 gennaio 2014
Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945)
La vita di Luigi Longo si identifica in misura rilevante con la storia del Partito comunista italiano, ma rappresenta anche un itinerario emblematico della storia del Novecento. Della sua ricchissima biografia, finora poco esplorata, questo volume – sulla base di una vasta documentazione archivistica – ricostruisce la prima metà, gli “anni eroici” 1900-1945: dalla Torino operaia di Gramsci e dell’occupazione delle fabbriche ai vertici della Gioventù comunista, all’attività clandestina, alla guida del Centro estero giovanile e poi dell’organizzazione del Pcd’I, tra la Svizzera e la Francia.
Dalla Mosca del Comintern alla Parigi del Fronte popolare, dalla guerra di Spagna – durante la quale è alla testa delle Brigate internazionali – alla Resistenza – che pure lo vede al vertice delle Brigate Garibaldi e del Corpo volontari della libertà –, “Gallo” vive da protagonista momenti decisivi del secolo breve, assieme alla sua compagna Teresa Noce e ad altri dirigenti comunisti come Pietro Secchia e Palmiro Togliatti, col quale proprio in questi anni si delinea un asse destinato a durare anche nel secondo dopoguerra.
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Alexander Höbel (Napoli, 1970) è dottore di ricerca in Storia presso l’Università “Federico II” e studioso di storia del movimento operaio. Curatore del libro Il Pci e il 1956 (La Città del Sole, 2006), è autore del volume Il Pci di Luigi Longo (1964-1969) (Esi, 2010). Borsista della Fondazione Luigi Longo nel 2010-2012, collabora con la Fondazione Istituto Gramsci.
Milano 25 gennaio 2014
il 27 gennaio 1945
Il 27 gennaio 1945 l’Armata rossa giungeva ad Auschwitz, rompendo i cancelli e il filo spinato delle recinzioni, e liberando i pochi sopravvissuti. Quattro mesi dopo, a seguito dell’insurrezione nazionale guidata dal Corpo Volontari della Libertà col ruolo determinante di Luigi Longo e dei comunisti, anche l’Italia centro-settentrionale fino ad allora occupata dai nazifascisti giungeva alla sua liberazione.
Lanciamo questo blog – ancora in costruzione – su Luigi Longo e la storia del Pci proprio oggi, Giornata della memoria, per ricordare – accanto ai milioni di ebrei, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, militari, rom, sinti e omosessuali, vittime dei campi di sterminio nazisti – l’azione organizzata di coloro i quali si batterono per liberare il mondo dalla barbarie nazifascista, dalla lotta clandestina contro il regime alla Guerra di Spagna, fino alla Resistenza e alla Liberazione, in una lotta per l’emancipazione umana che in forme diverse proseguirà anche nel secondo dopoguerra.
In questo quadro, l’attenzione di questo blog sarà rivolta in primo luogo alla figura di Luigi Longo e alla storia dei comunisti italiani.
1° dicembre, Fubine, Casa del popolo
Prefazione di Francesco Barbagallo
Alexander Höbel ha già fornito contributi importanti alla ricostruzione della storia del Pci: all’interno degli sviluppi dell’Italia repubblicana e in rapporto alle evoluzioni del movimento comunista internazionale. Questo saggio fornisce un quadro molto dettagliato del quinquennio che vede Luigi Longo alla guida del Pci tra il 1964 e l’inizio del 1969…

















































