Enrico Berlinguer, discorsi al parlamento europeo (Editori Riuniti)

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Di fronte alla Grecia di Tsipras, all’Europa della Merkel e alla frammentazione della sinistra italiana, il pensiero e la pratica politica di Enrico Berlinguer costituiscono un ineludibile punto di riferimento da cui muovere per affrontare la crisi globale.

Conferenza stampa di presentazione del volume

Enrico Berlinguer, discorsi al parlamento europeo
(Editori Riuniti)

Si è svolta questa mattina a Montecitorio la conferenza stampa di presentazione del volume Enrico Berlinguer, discorsi al parlamento europeo (Editori Riuniti), con gli interventi di Luciana Castellina, Paolo Ciofi, Alessandro Höbel, Aldo Tortorella e Vincenzo Vita.
Nell’introdurre il tema della conferenza stampa, Paolo Ciofi ha sottolineato la attualità delle riflessioni sull’Europa del segretario del Pci sia per quanto riguarda gli aspetti geopolitici pur in un quadro storico completamente diverso («Un’Europa né antisovietica né antiamericana), sia per quanto riguarda quelli sociali (un’Europa dei lavoratori e dei popoli); concetti su cui si sviluppò la collaborazione con Altiero Spinelli (il quale, si tende a dimenticare, era stato eletto come indipendente nelle liste del Pci al parlamento Ue ed ebbe modo di osservare che il segretario Pci portò a compimento la saldatura tra democrazia e socialismo). Ciofi ha anche ricordato che il «prezioso volume» costituisce parte del materiale di studio preparato per il convegno “Berlinguer e l’Europa, i fondamenti di un nuovo socialismo”, che si svolgerà a Roma il 6 marzo.
Alessandro Höbel, che del volume ha curato l’introduzione, ha messo l’accento sul fatto che i discorsi che il segretario del Pci tenne al parlamento europeo (in tutto sette) non sono stati «giustamente valutati», pur riguardando temi che oggi sono ancora al centro del dibattito, come per esempio la necessità di una Unione politica e non solo monetaria; la necessità di superare gli squilibri tra le aree del pianeta per fermare il declino dell’Europa; o ancora la necessità di sostituire le classi dirigenti europee, impegnate a fare gli interessi del capitale, mettendo in campo forze sociali in grado di portare avanti un processo di integrazione su sentieri nuovi.
Per Vincenzo Vita, la lettura dei discorsi di Berlinguer apre uno squarcio «inquietante» sulla situazione presente dell’Europa e delle sue istituzioni, se si pensa a quanto poco tempo è passato da quando il segretario del Pci pronunciava quelle parole. Parole che «sembrano scritte oggi» e che rappresentano una «critica positiva, fattiva» alla costruzione dell’Europa così come è avvenuta e come sta avvenendo; una critica che si mostra distante sia dagli entusiasmi degli europeisti che dagli strepiti degli antieuropeisti.
Se Aldo Tortorella mette l’accento sul fatto che il mondo cui si riferiva Berlinguer non c’è più e che quei discorsi sono utili se accompagnati dalla riflessione storica che quelle idee giuste sono state sconfitte, Luciana Castellina sottolinea il carattere ultra retorico di certa agiografia in tema di Europa, ricordando quanto Altiero Spinelli fosse un feroce accusatore di come è cominciato il processo di costruzione dell’unione europea. Castellina introduce anche il concetto di «terza via» nell’idea di Europa di Berlinguer, cioè non sovietica ma neanche capitalistica, un’idea che morì con Berlinguer e che rappresenta un’occasione perduta.

http://www.futuraumanita.it/

L’esempio della “Pasionaria”

di Alexander Höbel

Dolores

Si è molto parlato, negli scorsi giorni, dei 25 anni trascorsi dall’apertura, e poi dell’abbattimento, del Muro di Berlino. Ma in questi stessi giorni vi è stato un altro 25° anniversario, quello della scomparsa di Dolores Ibárruri, la “Pasionaria”, un’icona e una protagonista di primo piano del comunismo novecentesco.

Nata a Gallarta, nei Paesi baschi, alla fine del 1895, Dolores Ibárruri era l’ottava di undici figli di una famiglia di minatori. Nelle sue Memoria di una rivoluzionaria (Editori Riuniti, 1963), definendosi “di pura razza mineraria”, ricorderà la durezza di quella vita, scura “come un pozzo profondo, senza orizzonti, senza prospettive”, e il lungo percorso compiuto per trasformare la “rabbia disperata”, il “sentimento di ribellione” in “consapevolezza” politica e ideale, per quella “trasformazione di una semplice donna del popolo in una combattente rivoluzionaria, in una comunista”, che lei poté vivere.

A causa delle condizioni economiche della famiglia, Dolores dovette interrompere gli studi per diventare maestra e lavorò come apprendista in un laboratorio di cucito, poi come donna di servizio, per poi sposarsi con Julián Ruiz Gabiña, anch’egli minatore, attivista politico che dopo poco viene arrestato. Intanto la Ibárruri scopre la letteratura marxista: “Questa per me fu come una finestra aperta nella mia coscienza verso la vita.” – scriverà – “La lotta per il socialismo […] era la forza che mi sosteneva nelle condizioni disperate della nostra esistenza di paria”; la vita non era più “un pantano nel quale gli uomini sprofondavano senza remissione, ma […] un campo di battaglia” nel quale prendere il proprio posto di lotta.

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Quando il Pci ci credeva ancora

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Quattro saggi rileggono la storia del partito comunista attraverso i comprimari: tra lotta, cultura e rigidi ideali

di Angelo d’Orsi

C’è chi ha costruito, come Silvio Berlusconi, la sua fortuna politica agitando un grottesco pericolo comunista; mentre, sull’altro versante, esigue minoranze non hanno cessato di ostentare la falce e il martello sulle proprie bandiere. Oggi, su di un piano diverso, sta emergendo una nuova narrazione, protagonista una generazione, la quale riscrive, con passione ma con un certo distacco sia pur non privo di empatia, la vicenda del comunismo italiano, di cui la «diversità» è stata la cifra peculiare, da Gramsci, in avanti, prima del cupio dissolvi impadronitosi del Pci con il 1989.

Un caso a parte è Enrico Berlinguer, «rivoluzionario» e «comunista democratico» (stando al libro dedicatogli da Guido Liguori, per l’editore Carocci, Berlinguer rivoluzionario), del quale si sta con un clamore inatteso ricordando il trentennale della morte (lo stesso Liguori ha realizzato con Paolo Ciofi, per Editori Riuniti University Press, un’antologia di testi, con il bel titolo: Un’altra idea del mondo); mentre l’altro anniversario, i 50 anni dalla morte di Togliatti (avvenuta a Yalta il 21 agosto 1964), sta passando sotto tono.

Ebbene, al di là di queste due grandi figure, la nuova storiografia sul comunismo italiano si dedica ai «minori» (non minimi). Sono proprio loro a risaltare in una luce diversa rispetto alla raffigurazione del dibattito pubblico, che col tempo si è trasformato in pubblico oblio. A cominciare dal successore di Togliatti alla guida del partito, l’alessandrino Luigi Longo, a cui un quarantenne napoletano dal nome tedesco, Alexander Höbel, ha dedicato, grazie alla Fondazione a Longo intestata, nata da qualche anno ad Alessandria, il primo volume di una biografia praticamente esaustiva (Luigi Longo, Una vita partigiana, Carocci).

Ne emerge la figura di un contadino cocciuto che lotta contro le avversità e con determinazione riesce a darsi una fisionomia politica, ma anche intellettuale di tutto rispetto: la figura del sempliciotto un po’ rozzo, del mero comandante militare, tra guerra di Spagna e Resistenza, che ci è stata sin qui consegnata, ne viene demolita, a vantaggio di quella del politico che, pur con asprezze, sa svolgere i ruoli che ricopre con sguardo tutt’altro che miope; un politico che cerca la collegialità e, ancora più sorprendente, attento non soltanto alla pedagogia (tratto tipico della leadership comunista), ma alla comunicazione di massa.

Un altro piemontese testardo, stavolta biellese, è Pietro Secchia, il cui tragitto viene ricostruito da un suo conterraneo, Marco Albeltaro, brillante trentaduenne allievo di uno dei maggiori studiosi italiani del comunismo, Aldo Agosti (Le rivoluzioni non cadono dal cielo. Pietro Secchia, una vita di parte, Laterza). Secchia, all’indomani della Liberazione sostenne la necessità di non smarrire le istanze radicali di giustizia portate avanti dai comunisti in quel biennio drammatico. Giustizia penale contro i fascisti responsabili della catastrofe del Paese, giustizia sociale a vantaggio del proletariato.

Il Pci di Togliatti scelse la via della lotta democratica e Secchia pur conservando ruoli significativi fu emarginato, fino all’incidente del 1954 quando il suo principale collaboratore, Giulio Seniga, al quale aveva concesso un potere inusitato, al di fuori del controllo degli organi del partito (si vociferò anche di una relazione sessuale fra i due), scappò con i soldi della cassa: una montagna di denaro, il famoso «oro di Mosca». Secchia cadde in disgrazia. Costretto all’autocritica, si interrogò sul senso stesso della propria scelta: «ero tagliato per la vita politica?», rispondendo negativamente, in una illuminante pagina di diario. La politica era per lui lotta, non carriera. E dalla carriera, del resto, fu tagliato fuori. Lentamente riemerse, ma il successivo ventennio lo vide emarginato. La morte nel ’73, fece addirittura sospettare di un avvelenamento (da parte della Cia, naturalmente…). L’anno prima Enrico Berlinguer era diventato segretario del Pci, e era iniziata un’altra fase, sempre più lontana dagli orizzonti politici del «rivoluzionario di professione» Pietro Secchia.

Altrettanto emarginato il terzo personaggio cui la giovane generazione si sta dedicando, stavolta un meridionale, il pugliese Ruggero Grieco, studiato da un’altra giovane, pugliese anch’essa, classe 1982, Antonia Lovecchio (Professione rivoluzionario, Edizioni del Sud). Purtroppo la ricerca si arresta al 1926, e attendiamo con ansia il seguito, anche per sciogliere (speriamo definitivamente) il nodo dell’accusa mossa a Grieco di essere stato se non una spia del fascismo, una sorta di collaboratore involontario, su cui un aspro dibattito si svolse qualche tempo fa. Ma intanto questo rude bordighiano, di cui si scoprono le giovanili passioni letterarie, viene confermato nella vocazione di organizzatore contadino, e di principale promotore della politica agraria del Pci nel dopoguerra.

Infine una donna, Leonilde Iotti, detta Nilde. In questo caso chi la studia – Luisa Lama, sorella del grande Luciano, estranea al mondo accademico – è della generazione precedente (Nilde Iotti, Una storia politica al femminile, Donzelli), e insiste sul lato umano: giganteggia la relazione amorosa con Palmiro, grazie anche a uno straordinario epistolario inedito; ma emergono le connessioni col piano politico: il fatto che fosse donna, in fondo, consentiva alla Iotti una prospettiva nuova, che la rende antesignana di battaglie future.

Insomma, nel Pci non c’erano solo stalinismo e anticaglie. Che sia questa una rinascita del comunismo per via storiografica?

da “La Stampa”, 14 agosto 2014

San Martino Valle Caudina, 13 settembre 2014

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Sabato 13 settembre
Ore 16:30 – Apertura della festa
Ore 17:30 -Presentazione del Libro
NOVANT’ANNI DOPO LIVORNO _ Il Pci nella storia d’Italia 
a cura di Alexander Höbel e Marco Albertaro (Editori Riuniti, 2014)
Presiede:
Nicola Servodio, segreteria provinciale PdCi Irpino
Intervengono:
Prof. Francesco Rozza
Alexander Höbel, storico del movimento operaio e curatore del libro
Consulta l’indice e l’introduzione:

http://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-italia/23468-novantanni-dopo-livorno-il-pci-nella-storia-ditalia.html

“La sinistra nell’epoca degli anniversari: ricordando Togliatti e Berlinguer”

“La sinistra nell’epoca degli anniversari: ricordando Togliatti e Berlinguer”, con Angelo d’Orsi (Università di Torino), Alexander Höbel (Fondazione Luigi Longo).

“Fino al cuore della rivolta – Festival della Resistenza”, Fosdinovo (Ms), 2 agosto 2014

Pubblichiamo le belle foto di Marina Mar, che ringraziamo di cuore.

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Il Memoriale di Yalta

A 50 anni dalla scomparsa di Palmiro Togliatti, pubblichiamo il promemoria sulle questioni del movimento operaio internazionale, che egli stese a Yalta in vista di quei colloqui con Krusciov che poi non avverranno. Nei giorni seguenti, infatti, dopo una visita ai “pionieri” del campo di Artek in Crimea, Togliatti fu colto dal malore che lo portò alla morte il 21 agosto 1964. 

Il Promemoria di Yalta fu pubblicato, per volontà del nuovo segretario del Pci Luigi Longo, su “Rinascita” del 5 settembre 1964. Lo scritto, considerato il testamento politico del “Migliore”, avrà poi numerose edizioni. Recentemente è stato ripubblicato in appendice al volume di P. Ciofi, G. Ferrara, G. Santomassimo, “Togliatti il rivoluzionario costituente”, Editori Riuniti 2014″.

Promemoria sulle questioni del movimento operaio internazionale e della sua unità

Yalta, agosto 1964

La lettera del P.C.U.S., con l’invito alla riunione preparatoria della conferenza internazionale giunse a Roma pochi giorni prima della mia partenza. Non abbiamo quindi avuto la possibilità di esaminarla in una riunione collettiva della dire zione, anche per l’assenza di molti compagni. Abbiamo soltanto potuto avere uno scambio rapido di idee fra alcuni compagni della segreteria. La lettera sarà sottoposta al Comitato Centrale del partito, che si riunirà alla metà di settembre. Rimane intanto fermo che noi prenderemo parte, e parte attiva, alla riunione preparatoria. Dubbi e riserve circa l’opportunità della conferenza internazionale rimangono però in noi, soprattutto perché è ormai evidente che a questa non parteciperà un gruppo non trascurabile di partiti, oltre quello cinese. Nella stessa riunione preparatoria ci sarà senza dubbio offerta la possibilità di esporre e motivare le nostre posizioni, anche perché esse investono tutta una serie di problemi del movimento operaio e comunista internazionale. Di questi problemi farò un rapido cenno nel presente memoriale, anche allo scopo di facilitare ulteriori scambi di idee con voi, qualora questi alano possIbili.

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Togliatti

Roberto Finzi, Marzo 1943, “un seme della Repubblica fondata sul lavoro”, Bologna, Clueb, 2013

Roberto Finzi, Marzo 1943, “un seme della Repubblica fondata sul lavoro”, Bologna, Clueb, 2013

A 70 anni dagli scioperi del marzo 1943 e a circa 40 dalla ricerca che dedicò all’argomento, Roberto Finzi – storico della società e del pensiero economico, studioso versatile di ben nota caratura – è tornato «sul luogo del delitto», rivisitando il suo lavoro di allora e sottoponendolo a vaglio critico, anche sulla scorta dei contributi apparsi nel frattempo. Quella di Finzi è dunque «una rilettura del ruolo storico» di quegli scioperi (pp. 9-10), della funzione che ebbero nelle vicende successive, dalla caduta del fascismo alla nascita della Repubblica.

L’Autore sottopone a verifica quello che definisce «il canone», ossia la lettura storiografica prevalente, che sottolinea «il ruolo decisivo della organizzazione» negli scioperi del ’43, e nello specifico il ruolo dell’organizzazione clandestina del Pci (p. 21). Di qui una sorta di “mito positivo” creatosi attorno all’evento, l’idea della «scossa fatale» data dalla protesta operaia (p. 23).

Alla luce della documentazione d’archivio, e confrontandosi con gli studi di storici non sempre “simpatetici” nei confronti dell’argomento, da Renzo De Felice a Tim Mason, Finzi riscontra però che la lettura consolidata “regge”, e che sono invece alcune delle diatribe storiografiche successive – mobilitazione politica o indotta da motivi economici? Iniziativa spontanea o organizzata dai comunisti? – a mostrare la corda, tenendo poco conto dell’ovvia dialettica tra gli elementi citati.

La stessa documentazione raccolta da De Felice conferma che almeno dal 1942 «l’odio per il nemico [era] stato sostituito dall’odio verso il Regime» (p. 39), e che le condizioni dei lavoratori erano ancora peggiorate. Il terreno era dunque fertile. E tuttavia occorreva qualcuno che accendesse la miccia, organizzasse l’azione e facesse circolare le informazioni, e il dibattito tra i dirigenti comunisti sulle modalità più adatte per avviare la mobilitazione (p. 66) conferma il ruolo della soggettività politica nello svolgersi degli eventi.

Quanto alla natura dello sciopero, se i fattori scatenanti furono di tipo economico-rivendicativo, è difficile separare tale spinta da quella politica. «Anche se non si grida “pace!” – osserva l’Autore – di fatto ci si oppone allo stato di guerra» e al regime che l’ha voluta (p. 57). E non a caso Mussolini vede il paese «ripiombare di colpo venti anni addietro» (p. 58), a prima cioè che il fascismo distruggesse le organizzazioni del movimento operaio.

Certo, sottolinea Finzi, il «canone» non ha evidenziato a sufficienza la natura unitaria della protesta – essa stessa peraltro una scelta politica –, il contributo dei socialisti, «il ruolo determinante» delle donne (p. 54). Quanto al ruolo storico degli scioperi, con essi i lavoratori, che le forze conservatrici avrebbero voluto inerti e passivi, entrano con forza nella dinamica degli eventi, ponendo le basi di quell’intreccio «inestricabile» tra azione di massa e lotta partigiana (p. 103) tipico della Resistenza italiana, e al tempo stesso – come scriverà Pajetta – gettando «un seme della Repubblica fondata sul lavoro» (p. 30).

Alexander Höbel

da “Il mestiere di storico”, 2014, n.1

Andrea Pozzetta: “Luigi Longo e la costruzione del ‘nuovo internazionalismo’: 1964-1969.”

Un interessante contributo di Andrea Pozzetta sul “nuovo internazionalismo” di Luigi Longo, apparso nell’ultimo numero di “Storia e futuro”.

Luigi Longo e la costruzione del “nuovo internazionalismo”: 1964-1969.

di Andrea Pozzetta

La tematica della dimensione internazionale del Pci è stata oggetto, in questi ultimi anni, di una considerevole attenzione storiografica. Dopo una fase in cui gli studi e i dibattiti (Aga Rossi, Zaslavsky 1997; Pons 1999) si sono concentrati sui caratteri più “esogeni” del Pci (in particolare sulla questione della subalternità a Mosca nel periodo postbellico), il punto focale privilegiato dalla storiografia si è spostato sulla ricerca, da parte del partito, di un nuovo rapporto con l’Unione Sovietica dopo la svolta del 1956: un legame non più basato su forme vincolanti e invasive, ma teso all’originalità e all’autonomia (Gualtieri 2001; Galeazzi 2005; Pons 2006; Spagnolo 2007; Barbagallo, Vittoria 2007; Bracke 2008; Lomellini 2010). Sono rientrati in questa prospettiva gli studi (Maggiorani, Ferrari 2005; Ferrari 2007) sulla crescente attenzione del Pci al ruolo dell’Europa e alle forze politiche socialdemocratiche, ma anche alcuni fondamentali lavori (Riccardi 2006; Borruso 2009; Pappagallo 2009; Galeazzi 2011) sull’azione verso il mondo extraeuropeo e i movimenti di decolonizzazione.

Dalle ultime acquisizioni storiografiche (Höbel 2010), emerge come momento di grande dinamismo, nella ricerca di un nuovo modo di intendere la propria collocazione internazionale, la fase della segreteria di Luigi Longo. Si tratta di un periodo che è stato giudicato, spesso riduttivamente, di transizione o di preparazione alla segreteria di Berlinguer ma che, al contrario, ha rappresentato un momento essenziale di sperimentazione e di ricerca.

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LASTORIADI LONGO, UN GRANDE POLITICO

di Aldo Tortorella
La biografia di Luigi Longo scritta da Höbel sfata l’immagine riduttiva di un uomo a lungo considerato soprattutto un comandante partigiano, restituendo il ritratto di un capo politico colto e lungimirante, uno dei protagonisti della peculiarità del Pci. Il lungo rapporto di collaborazione con Togliatti.

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In una encomiabile ricerca che dura ormai da molti anni Alexander Höbel sta ricostruendo con scrupolo rigoroso di storico e partecipazione umana (senza di cui un autentico biografo è, credo, impensabile) la vita e l’opera, poco o male conosciute dai più, di un protagonista tra i maggiori della storia dell’antifascismo, della Repubblica italiana e del Pci. Ispettore generale delle brigate internazionali accorse a difendere la repubblica spagnola dall’aggressione dei fascisti di Francisco Franco, capo delle brigate Garibaldi e vicecomandante dell’esercito partigiano nella Resistenza italiana, più volte incarcerato e confinato in Italia e in Francia, parlamentare dalla Costituente in poi, vicesegretario e poi segretario del Pci che aveva contribuito a fondare, Longo ha percorso in prima fila tutta la vicenda politica italiana e del movimento operaio e comunista internazionale dagli anni Venti del Novecento fino alla morte nel 1980, a ottanta anni esatti, figlio del secolo e interprete tra i più lucidi del “secolo breve”. Di questa vita e di questa opera Höbel ci ha già dato una anticipazione con un denso volume sul corso politico seguito dal Pci per opera di Longo durante la sua segreteria (1964-1972).

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Togliatti, la “democrazia di tipo nuovo”, la Costituente. Un’elaborazione di lunga durata

(intervento al convegno Togliatti e la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro, organizzato dall’associazione “Futura Umanità. Per la storia e la memoria del Pci”, Roma, 8 novembre 2013; ora in Marx Ventuno, 2014, n.1-2)

Alexander Höbel

1. In un colloquio col comunista tedesco Ernst Fischer, svoltosi a Mosca nella primavera del 1937, in una delle fasi più acute dei processi staliniani, Togliatti – riconoscendo che ci si trovava dinanzi a “un oscuramento transitorio di tutto ciò cui tendiamo”, effetto di “una serie di circostanze concomitanti” – ne ricavava l’esigenza di trarne lezioni per il futuro. “Se noi ritorneremo nei nostri paesi – diceva a Fischer – ci deve essere chiaro fin dal principio: lotta per il socialismo è lotta per una maggiore democrazia” [Agosti, 219]. Non si sarebbe trattato, quindi, di riprodurre meccanicamente dinamiche e percorsi che peraltro erano frutto di particolari condizioni storiche, ma di seguire una via diversa, che avesse al centro il legame fra trasformazione socialista e allargamento della democrazia.

Tale acquisizione era peraltro già stata sviluppata Togliatti negli anni precedenti. Già nel 1927-28, portando avanti la sua riflessione sulle “basi sociali del fascismo” e sulla strategia da adottare contro il regime, Ercoli aveva individuato una “doppia prospettiva”: quella della “rivoluzione antifascista” come “rivoluzione democratica popolare”, e quella della lotta che i comunisti avrebbero dovuto condurre per portare il processo alle sue estreme conseguenze, ossia fino a una rivoluzione proletaria con finalità socialiste. In questo senso, affermava, “la lotta per le rivendicazioni democratiche è, nella situazione italiana, parte integrante della lotta di classe del proletariato” [Agosti, 103-6]. La sua concezione si saldava in questo con quella di Gramsci e con la parola d’ordine dell’Assemblea costituente che il leader del Partito comunista d’Italia, ormai nelle carceri fasciste, aveva posto fin dal 1924 come obiettivo dell’agitazione antifascista del Partito. Già dal 1925, dunque, il Pcd’I aveva lanciato la prospettiva di “una assemblea repubblicana che sorga sulla base dei Comitati operai e contadini e organizzi tutte le forze popolari antifasciste e antimonarchiche”, ponendo accanto ad essa altri due obiettivi: il “controllo operaio sull’industria” e “la terra ai contadini”. Si trattava dunque di un programma rivoluzionario e al tempo stesso democratico, di una piattaforma sulla cui base ci si rivolgeva alle altre forze antifasciste, cercando anche di saldare l’alleanza tra operai del Nord e contadini meridionali [Spriano 1967, pp. 464, 470].

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Da Togliatti a Berlinguer

di Alexander Höbel
(Milano, Centro culturale Concetto Marchesi, 25 gennaio 2014)

1. Non è semplice tentare di individuare il rapporto – fatto di continuità e differenze – tra queste due figure di dirigenti comunisti, dei quali quest’anno ricorrono due importanti anniversari, il 50° della scomparsa per Palmiro Togliatti e il 30° per Enrico Berlinguer. Le loro figure fanno ancora discutere appassionatamente i compagni e gli studiosi, con interpretazioni e giudizi anche molto diversificati. Vi è ad esempio chi vede in Berlinguer l’ultimo dei togliattiani, e chi invece evidenzia un suo distacco da quella impostazione. A mio parere la matrice togliattiana del pensiero e dell’opera di Berlinguer è innegabile; ma la continuità di fondo non deve farci perdere di vista le differenze, e anche i limiti della lettura del togliattismo data da Berlinguer.
Occorre, credo, evitare di cadere in due posizioni estreme, entrambe sbagliate: quella dell’apologia e della mitizzazione acritica, da un lato, e quella che tende a fare di Berlinguer una sorta di capro espiatorio, responsabile delle sconfitte e del declino del Pci (in particolare negli anni successivi alla sua morte), evitando così di analizzare più a fondo cause e fattori di quella che si configurò, a partire dal fallimento della solidarietà democratica, come una vera e propria impasse strategica. I tempi, insomma, cominciano a essere maturi per un giudizio equilibrato, il più possibile distaccato, un giudizio cioè di carattere storico, anche sull’opera di Berlinguer oltre che su quella di Togliatti.
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Togliatti e Berlinguer