Quando il Pci ci credeva ancora

tessera Pci

Quattro saggi rileggono la storia del partito comunista attraverso i comprimari: tra lotta, cultura e rigidi ideali

di Angelo d’Orsi

C’è chi ha costruito, come Silvio Berlusconi, la sua fortuna politica agitando un grottesco pericolo comunista; mentre, sull’altro versante, esigue minoranze non hanno cessato di ostentare la falce e il martello sulle proprie bandiere. Oggi, su di un piano diverso, sta emergendo una nuova narrazione, protagonista una generazione, la quale riscrive, con passione ma con un certo distacco sia pur non privo di empatia, la vicenda del comunismo italiano, di cui la «diversità» è stata la cifra peculiare, da Gramsci, in avanti, prima del cupio dissolvi impadronitosi del Pci con il 1989.

Un caso a parte è Enrico Berlinguer, «rivoluzionario» e «comunista democratico» (stando al libro dedicatogli da Guido Liguori, per l’editore Carocci, Berlinguer rivoluzionario), del quale si sta con un clamore inatteso ricordando il trentennale della morte (lo stesso Liguori ha realizzato con Paolo Ciofi, per Editori Riuniti University Press, un’antologia di testi, con il bel titolo: Un’altra idea del mondo); mentre l’altro anniversario, i 50 anni dalla morte di Togliatti (avvenuta a Yalta il 21 agosto 1964), sta passando sotto tono.

Ebbene, al di là di queste due grandi figure, la nuova storiografia sul comunismo italiano si dedica ai «minori» (non minimi). Sono proprio loro a risaltare in una luce diversa rispetto alla raffigurazione del dibattito pubblico, che col tempo si è trasformato in pubblico oblio. A cominciare dal successore di Togliatti alla guida del partito, l’alessandrino Luigi Longo, a cui un quarantenne napoletano dal nome tedesco, Alexander Höbel, ha dedicato, grazie alla Fondazione a Longo intestata, nata da qualche anno ad Alessandria, il primo volume di una biografia praticamente esaustiva (Luigi Longo, Una vita partigiana, Carocci).

Ne emerge la figura di un contadino cocciuto che lotta contro le avversità e con determinazione riesce a darsi una fisionomia politica, ma anche intellettuale di tutto rispetto: la figura del sempliciotto un po’ rozzo, del mero comandante militare, tra guerra di Spagna e Resistenza, che ci è stata sin qui consegnata, ne viene demolita, a vantaggio di quella del politico che, pur con asprezze, sa svolgere i ruoli che ricopre con sguardo tutt’altro che miope; un politico che cerca la collegialità e, ancora più sorprendente, attento non soltanto alla pedagogia (tratto tipico della leadership comunista), ma alla comunicazione di massa.

Un altro piemontese testardo, stavolta biellese, è Pietro Secchia, il cui tragitto viene ricostruito da un suo conterraneo, Marco Albeltaro, brillante trentaduenne allievo di uno dei maggiori studiosi italiani del comunismo, Aldo Agosti (Le rivoluzioni non cadono dal cielo. Pietro Secchia, una vita di parte, Laterza). Secchia, all’indomani della Liberazione sostenne la necessità di non smarrire le istanze radicali di giustizia portate avanti dai comunisti in quel biennio drammatico. Giustizia penale contro i fascisti responsabili della catastrofe del Paese, giustizia sociale a vantaggio del proletariato.

Il Pci di Togliatti scelse la via della lotta democratica e Secchia pur conservando ruoli significativi fu emarginato, fino all’incidente del 1954 quando il suo principale collaboratore, Giulio Seniga, al quale aveva concesso un potere inusitato, al di fuori del controllo degli organi del partito (si vociferò anche di una relazione sessuale fra i due), scappò con i soldi della cassa: una montagna di denaro, il famoso «oro di Mosca». Secchia cadde in disgrazia. Costretto all’autocritica, si interrogò sul senso stesso della propria scelta: «ero tagliato per la vita politica?», rispondendo negativamente, in una illuminante pagina di diario. La politica era per lui lotta, non carriera. E dalla carriera, del resto, fu tagliato fuori. Lentamente riemerse, ma il successivo ventennio lo vide emarginato. La morte nel ’73, fece addirittura sospettare di un avvelenamento (da parte della Cia, naturalmente…). L’anno prima Enrico Berlinguer era diventato segretario del Pci, e era iniziata un’altra fase, sempre più lontana dagli orizzonti politici del «rivoluzionario di professione» Pietro Secchia.

Altrettanto emarginato il terzo personaggio cui la giovane generazione si sta dedicando, stavolta un meridionale, il pugliese Ruggero Grieco, studiato da un’altra giovane, pugliese anch’essa, classe 1982, Antonia Lovecchio (Professione rivoluzionario, Edizioni del Sud). Purtroppo la ricerca si arresta al 1926, e attendiamo con ansia il seguito, anche per sciogliere (speriamo definitivamente) il nodo dell’accusa mossa a Grieco di essere stato se non una spia del fascismo, una sorta di collaboratore involontario, su cui un aspro dibattito si svolse qualche tempo fa. Ma intanto questo rude bordighiano, di cui si scoprono le giovanili passioni letterarie, viene confermato nella vocazione di organizzatore contadino, e di principale promotore della politica agraria del Pci nel dopoguerra.

Infine una donna, Leonilde Iotti, detta Nilde. In questo caso chi la studia – Luisa Lama, sorella del grande Luciano, estranea al mondo accademico – è della generazione precedente (Nilde Iotti, Una storia politica al femminile, Donzelli), e insiste sul lato umano: giganteggia la relazione amorosa con Palmiro, grazie anche a uno straordinario epistolario inedito; ma emergono le connessioni col piano politico: il fatto che fosse donna, in fondo, consentiva alla Iotti una prospettiva nuova, che la rende antesignana di battaglie future.

Insomma, nel Pci non c’erano solo stalinismo e anticaglie. Che sia questa una rinascita del comunismo per via storiografica?

da “La Stampa”, 14 agosto 2014

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